Questa serie di cinque articoli, comparsi sulla rivista Samurai, approfondiscono i principi ispiratori del metodo didattico della Nei Dan School e hanno lo scopo di mettere in risalto il diverso concetto e visione delle arti marziali insegnate nella scuola.

Il metodo Nei Dan oltre le divisioni tra arte interna e arte esterna
Intervista al M° Flavio Daniele
di Roberto Benetti

 

img_0673Nel panorama delle arti marziali l’insegnamento e la trasmissione del sapere marziale è senza ombra di dubbio appannaggio dei Maestri Orientali. Il numero sempre crescente di scuole marziali di qualsivoglia disciplina vede, quasi sempre, l’immancabile Maestro orientale come fonte dalla quale attingere conoscenze e abilità marziali che in Occidente si sono perse nel corso dei secoli. Ma la trasmissione di questo sapere avviene secondo canoni che non appartengono alla nostra cultura, e così accade che insegnamenti preziosi vengano facilmente fraintesi o male interpretati, perdendo gran parte del loro valore. E’ tipico della metodologia didattica orientale affidarsi prevalentemente al processo imitativo del movimento e ricorrere ad un linguaggio evocativo fatto da immagini fantastiche, da metafore suggestive ma difficile da tradurre in pratica operativa perché fuori dalla nostra dalla nostra logica. Ciò ha generato molte incomprensioni nel mondo marziale soprattutto quello che fa riferimento alle Arti cosiddette “interne” (Taiji Quan, Ba Gua, Xing Yi, …).img_0726

Da qui la necessità di un traduttore di casa nostra, di qualcuno che faccia da tramite fra i due mondi, quello occidentale e quello orientale, fra due logiche, quella razionale-lineare e quella intuitiva-analogica. Nel panorama marziale italiano, esiste un praticante-ricercatore-maestro che è portatore/elaboratore di un tale sistema. Grazie al suo personale percorso di vita, ingegnere informatico fino a pochi anni fa ma allo stesso tempo ricercatore e praticante di discipline orientali, il Maestro Flavio Daniele di Bologna ha saputo mettere a punto un metodo didattico che coniuga questi due poli in modo armonico ma efficace, grazie alla sua lunga esperienza d’insegnante cominciata nel 1972 con l’insegnamento del Karate e dello Yoga. Ed il metodo prende nome dalla Scuola da lui fondata, la “Neidan” di Bologna, che letteralmente vuol dire “trasformazione interna”, “processo alchemico di trasformazione consapevole, attraverso mutamenti continui di stato della materia con l’uso sapiente dell’energia”.

 

Maestro, può illustrare brevemente in che cosa consiste il metodo Neidan?

Innanzitutto questo è un metodo per lo sviluppo globale delle abilità marziali, strutturato e organizzato sia sul piano psicofisico sia su quello energetico, che prende spunto dall’autentica tradizione marziale cinese e dalle più avanzate elaborazioni della scienza cognitiva occidentale. Il suo campo d’applicazione è il “lavoro interno”, ovvero quel processo di trasformazione che consente di operare con consapevolezza in tutte quelle discipline che fanno dello sviluppo delle abilità/forze del corpo e del potere della mente il cuore della loro pratica.

Questo lavoro di sviluppo delle potenzialità dell’essere umano per potere operare in profondità, per sua stessa natura, ha bisogno di metafore e simbolismi in linea con la nostra storia culturale. Da qui la necessità di trovare un metodo didattico operativo, che senza stravolgere i principi fondamentali di pratica, fosse in grado di veicolare gli insegnamenti e i saperi della grande tradizione marziale orientale, dalla fonte originaria al moderno praticante occidentale. L’aspetto descrittivo, razionale concettuale e quello diretto, intuitivo, metaforico, simbolico devono coesistere: sono l’aspetto Yin e Yang del metodo didattico.

Questo è il cuore del metodo: tradizione e modernità che convivono, metodo razionale e metodo intuitivo, analogico-simbolico che operano in armonica simbiosi.

Per questo motivo è un metodo che può essere adottato da qualunque arte marziale e, se vogliamo spingerci oltre, da qualunque arte del corpo. Pertanto è un metodo che non richiede di cambiare la tecnica, ma che opera sul modo di eseguirla.

E’ come nell’arte musicale: dietro la tecnica specifica di ogni strumento c’è la musica, e il metodo Neidan è la musica.

 

Altre scuole si muovono su questo terreno; che cosa rende unica e particolare la sua Scuola rispetto alle altre?

flavio_1Innanzitutto va sottolineato che la Scuola Neidan non è una scuola confessionale. In essa si praticano alcune discipline marziali come il Taiji Quan, lo Xing Yi Quan, il Qi Gong e Lan Shou, uno stile di Shaolin, che rappresentano un mezzo, uno strumento per comprendere e sviluppare l’arte del potere del corpo. Non esiste necessariamente una supremazia di queste arti rispetto alle altre; sono semplicemente degli strumenti, più o meno potenti, in funzione di chi li pratica. Esempio eclatante di questa verità è il Taiji: in Cina, come tutti sanno, è considerato come l’arte marziale regina, qui da noi il suo valore marziale si commenta da solo.

La Nei Dan è una scuola aperta, ai suoi corsi, sia quelli di stile (Taiji Yang e Chen, Xing Yi Quan, Lan Shou) su sia quelli specifici sul Nei Gong (lavoro interno), partecipano maestri e praticanti delle varie arti marziali dal Karate al Judo, passando per l’Aikido e per i vari stili di kung fu e lavorano tutti assieme su quello che sta alla base di qualsiasi disciplina: l’arte e il potere del corpo. Senza lo sviluppo delle sue abilità e dei suoi poteri nessuna arte marziale funziona.

Ecco, forse, questa è la differenza: il rovesciamento di un paradigma, di una visione che si focalizza sul praticante, mettendo sullo sfondo la tecnica specifica.

Quasi tutte le scuole insegnano un’identificazione eccessiva con questa o quella particolare arte. Molti maestri sono come i moderni medici specialistici che vedono la malattia e non il malato. Per me, esasperando un po’ il discorso, non esiste né il Taiji, né il Kung Fu, né il Karate, esiste una persona che pratica e che attraverso uno strumento, che le coincidenze della vita e/o le sue particolari attitudini gli hanno messo a disposizione, realizza l’Arte.

Io stesso per oltre quindici anni ho praticato il Karate, era il mio strumento preferito, poi la mia maturazione artistica e la mia ricerca mi hanno portato attraverso vari stili di Kung Fu al Taiji e allo Xing Yi, per adesso mi realizzo così, ma un domani non avrei nessuna remora a cambiare ancora, perché a me interessa l’arte, non lo strumento. 

Tutto questo, è ovvio, presenta dei rischi altissimi di smarrirsi nella foresta dell’improvvisazione se non si dispone di buone guide, io ho avuto la fortuna di incontrarle, primo fra tutti il M° Guo Ming Xu e tutti i maestri anziani che lui mi ha fatto conoscere, che mi hanno introdotto ai segreti profondi dell’arte. Io mi sono limitato con il loro aiuto a mettere a punto una mappa dettagliata e un team di guide in grado di guidare chi ha voglia di avventurarsi lungo questo percorso di ricerca.

Il rischio, ripeto, è l’improvvisazione perché in teoria è tutto facile e molti sono in grado di stendere un piano teorico che funzioni, io, per esempio, sono dal punto di vista pratico un cuoco mediocre, ma in teoria potrei fare sulla carta un menù da mille e notte. La difficoltà, come sempre, consiste nel far seguire alle parole i fatti. Per fare ciò ci vuole un metodo preciso, rigoroso, vivo, dinamico, flessibile e modulare; anche nel metodo devono coesistere i principi dello Yin e dello Yang, del paradosso del Taiji: aperto e chiuso allo stesso tempo, rilassato e contratto allo stesso tempo. Il metodo Neidan è un metodo operativo, questa è la differenza.

 

Le sarà successo che per più di qualche allievo iscritto alla sua Scuola questo metodo non ha funzionato. Quale è la condizione fondamentale per una buona riuscita del metodo Neidan, per una sua corretta ed efficace applicazione?

Innanzitutto ci vuole un buon metodo poi una buona didattica ed infine qualcuno che te lo sappia proporre bene; ma dall’altra parte ci vuole un buon allievo. E’ come a scuola: ci vuole un buon metodo, un buon insegnante e un allievo che voglia realmente imparare. Oppure è un po’ come quel proverbio arabo che dice pressappoco così: “Tu puoi anche portare un cammello a bere ma se il cammello non vuole bere non c’è niente da fare”. E’ fondamentale saper fornire al praticante gli strumenti teorici e pratici di come progredire giorno dopo giorno.

 

Nel suo libro “I tre poteri segreti del taiji quan” lei ha scritto, parlando delle sei armonie, che “quando il “sapere astratto” della mente diventa “sapere fare” con il corpo, “la pura intenzione” riesce a far muovere il corpo, attivando l’energia o Qi nel dantian addominale e trasformando questa in forza interna”. In altre parole se dividi le armonie esterne da quelle interne dividi i saperi invece attraverso una evoluzione della mente nella pura intenzione si riesce a fissare nel corpo sia il sapere astratto che il sapere fare. E’ questo il cuore della pratica e del metodo Neidan?

E’ proprio così. Infatti non è tanto nell’eseguire particolari esercizi che si riesce ad eseguire il metodo: tutti gli esercizi sono buoni. Nel metodo Neidan, il cuore della pratica, consiste proprio nel passaggio dal “saper dire” al “saper fare”! Con tutto ciò che comporta: tutti i meccanismi mentali, i processi energetici e gli esercizi fisici necessari per attivare e realizzare questo processo.

La particolarità della scuola Neidan è proprio questa: operare all’interno del sistema uomo per insegnare come si fa a passare dal saper dire al saper fare.

Possiamo fare questo esempio: a me piacerebbe saper cantare ma non so cantare, dentro di me sento un’armonia bellissima, ma non ho gli strumenti per tradurre l’armonia che sento in suoni piacevoli all’ascolto, non so come fare e se ci provo il risultato non è affatto soddisfacente! Allo stesso modo mi piacerebbe saper disegnare, perché ho ben chiaro dentro di me il disegno preciso da fare, ma la mia mano non è in grado di rendere operativa la mia immagine.

Il cuore del metodo Neidan è proprio questo: ti insegna a rendere operativa l’idea che hai in mente. Praticamente e teoricamente il metodo che ti consente di passare dal saper dire al saper fare lo puoi applicare a qualunque cosa.

Per esempio, mi sono chiesto quali sono i processi mentali che mi consentono di rendere operativo un sapere astratto, concettuale, in un sapere operativo? Come trasferire strategie vincenti da una situazione a un’ altra? Ho scoperto così la chiave di decodifica di alcune elementari strategie mentali, e le ho applicate anche in campi diversi dell’arte marziale; così ad esempio, nel disegno ho scoperto che in realtà non era vero che non sapevo disegnare ma che mi mancava questo segreto, mi mancava la chiave di decodifica di come lavora il sistema interno. Questo è il Neidan, la trasformazione della mente: quando si parla di mente non bisogna pensare a qualcosa di astratto ma alla “mente-cuore”, alla “mente-corpo”, alla “mente-energia”, tutto insieme. Bisognerebbe coniare una nuova unica parola che significasse “corpo-mente-cuore”.

Quindi il segreto del Neidan è entrare dentro al sistema operativo, intervenire sul linguaggio macchina; quindi il metodo Neidan ti consente di entrare all’interno del linguaggio macchina-uomo e di carpirne le chiavi, i segreti e di modificarne le istruzioni essenziali nel centro, non soltanto nella periferia. In questa maniera puoi intervenire su qualunque aspetto della pratica: dall’esecuzione delle forme alle strategie del combattimento, dallo sviluppo della forza interna alla connessione strutturale, e così di seguito in un susseguirsi d’interventi interconnessi e creativi.

Il metodo Neidan può essere quindi definito come una procedura per definire una mappa che partendo dal generale va nel particolare, ma non è una mappa solo teorica è una mappa esperienziale. E’ una mappa che traccia dei percorsi interni nel corpo e nella mente, nel sistema-uomo. Questa è l’alchimia del metodo Neidan.

 

Come si articola e si “materializza” in pratica il metodo Neidan?

Il metodo è supportato, anche materialmente, in maniera organica da materiale didatticoimg_0207 strutturato: cinque libri (3 saggi sui principi delle arti marziali – due manuali pratici sugli esercizi interni), una serie di videocassette ed il cosiddetto lavoro in aula con i corsi di approfondimento e specializzazione e gli stage con i Maestri della Scuola.

Ciò significa un metodo preciso, rigoroso, oggettivo, supervisionato da grandi maestri cinesi che tracciano una linea di continuità e di validazione costantemente aggiornata. Pertanto nulla è lasciato al caso o alla libera interpretazione: esiste una elaborazione/studio da parte della scuola che viene verificata e confermata o corretta almeno tre volte all’anno, ovvero ogni volta che il M° George Xu viene in Italia per i suoi stage e in occasione dello stage estivo con grandi maestri cinesi. Pertanto non è un metodo arrangiato prendendo qua e là informazioni, studi o esperienze, da fonte diverse e saltuarie e mischiandoli poi assieme alla personale esperienza e interpretazione, senza una reale verifica delle fonti da parte degli autori.

Il metodo Neidan è verificabile sia a livello di materiale scritto che a livello di pratica; è certificabile da chiunque e corrisponde ad una specie di certificazione di qualità. Non si tratta soltanto di un mero elenco di abilità, saperi, riconoscimenti, titoli, ma di saperi provati, verificati sul campo e riconosciuti, ovviamente per chi vuol ri/conoscere.

 

Ci sono altri “ingredienti” per costruire un buon metodo?

Fare un programma è abbastanza semplice così come mettere un elenco di titoli uno di seguito all’altro.

Ma per costituire un metodo bisogna verificare che questo sia dotato di un impianto teorico completo, e che questo impianto teorico sia supportato da un impianto operativo-pratico completo. Poi va verificato se ci sono gli insegnanti che possono portare avanti e trasmettere il metodo ed il sapere che esso esprime. La Neidan non è soltanto Flavio Daniele ma tutto il corpo insegnante, le decine di istruttori diplomati negli ultimi anni e dislocati su tutto il territorio italiano. La catena è ininterrotta, non ci sono dei salti quantici in mezzo.

Poi esiste la verifica costante da parte dei maestri cinesi; e un feedback di ritorno, una retroazione continua di controllo finale che sono tutti quei maestri e semplici praticanti che attraverso le metodiche proposte hanno migliorato le loro abilità marziali.

 

In che modo il metodo Neidan si rapporta con quello di altre Scuole?

La maggior parte delle scuole presenti sul panorama marziale cambiano continuamente punto di riferimento; poche purtroppo sono le scuole che possano vantare una continuità di trasmissione e di insegnamento. E questa situazione va a discapito di tutto il mondo del Taiji perché è questa situazione che crea le contrapposizioni fra scuole. Perché se una scuola rispetta i principi potrà dialogare con un’altra che segue lo stesso metodo operativo; ma se intervengono individualismi ed interpretazioni soggettive o confessionali lo scontro è inevitabile perché il terreno di linguaggio diventa incomprensibile e quello che potrebbe essere un terreno di dialogo e scambio e crescita reciproca diventa terreno di scontro. Nella teoria dei sistemi questo percorso viene chiamato equifinalità, ovvero per raggiungere un certo risultato si possono percorrere vie diverse, ma l’importante è che siano vie valide. Equifinalità ed equipotenzialità: cioè metodi che hanno obiettivi uguali ma che differiscono solo per il percorso scelto, non per i principi e le modalità di esistenza del metodo stesso. I metodi si dividono fra metodi giusti o sbagliati, fra metodi precisi e rigorosi e metodi approssimativi e soggettivi, fra una via maestra e vie secondarie o peggio ancora.

E’ molto importante, se non fondamentale, la qualità del corpo docente che è stato formato in questi anni sul quale sono state trasferiti i “saperi” teorici e pratici in modo completo per portare avanti e tramandare il metodo. Questo fa la differenza con altre scuole nelle quali ogni passaggio di generazione è un passaggio di mano, nel quale il metodo viene diluito e personalizzato perdendo nel tempo il contatto con la tradizione e la propria storia e mischiando le poche conoscenze e saperi raccolti qua e là in modo improvvisato o troppo legato ad una interpretazione soggettiva. Alla fine si creano conflitti di conoscenze perché se manca l’ordine implicito nella conoscenza delle cose il risultato sarà confuso e poco produttivo. Otterremo, per fare un paragone con le biotecnologie, un Taiji “geneticamente modificato” perché sono stati usati dei mezzi che non sono naturali: la strada per la produzione di mostruosità è così aperta! E molti maestri, vuoi per pressappochismo, negligenza, ignoranza, e in alcuni casi malafede, hanno creato un Taiji geneticamente modificato, un Taiji imbastardito, che ha perso la sua identità, la sua anima, il suo significato.

 

Per concludere questa chiacchierata quali sono, secondo lei, i punti di riferimento fondamentali per seguire una via corretta con l’adozione di un metodo appropriato?

img_0224La strada giusta richiede una trasmissione della conoscenza e dei saperi, diretta, continua, completa, articolata, globale, costantemente verificata. E’ come in una gara di formula 1: il pilota da solo non è sufficiente per vincere, ci vuole una buona macchina, ma per farla funzionare ci vuole un team ben organizzato e preparato, questa è la parte operativa. Ma non basta, ci vuole anche un’azienda che sappia gestire il tutto; e non è ancora sufficiente, ci deve essere un grande capo che abbia la visione del tutto coadiuvato da una equipe di progettisti e questa è la parte progettuale. Tutto questo fa parte dell’ordine implicito; dietro l’apparenza ed il grande risultato c’è un lavoro profondo, curato, attento, serio, rigoroso, preciso, c’è una conoscenza vastissima dietro a tutti i livelli. Non basta salire su una Ferrari per fare un buon risultato! Esiste una rete di interrelazioni e coordinamenti reciproci a più livelli: il pilota con il team, il team con la produzione, la produzione con la progettazione, la progettazione con la direzione. Questa è la continuità della trasmissione!

Se vogliamo fare un altro esempio sportivo sicuramente in ogni bar d’Italia si parla di calcio e tutti dicono la loro, dicono anche cose sensate: l’allenatore dovrebbe fare questo o quello, far giocare Tizio o Caio. Ma quanti di questi che parlano, se messi nelle condizione di fare l’allenatore, sarebbero in grado di operare con la stessa chiarezza e facilità con la quale parlano? A questi manca la conoscenza operativa. E nelle arti marziali è la stessa cosa, non c’è differenza; uno può essere anche un buon Maestro ma se dietro non ha un corpo insegnante, un metodo, un sistema completo, allora non riuscirà mai a raggiungere un livello di arte che si possa definire tale.

 

2) L’ARTE DEL CORPO

 

Intervista a Flavio Daniele

di Stefano Pernatsch

 

I veri esperti di kung fu sono più rari di quanto comunemente si creda, anche in Cina,img_0255 figuriamoci in Europa. In più, in Occidente si sovrappone la difficoltà di trasmettere delle lezioni in un linguaggio e in una cultura stranieri, fatto salvo che forse nel kung fu vale di più mostrare che spiegare, osservare che ascoltare. Ma la didattica del kung fu si è formata in un mondo, quello cinese tradizionale, in cui l’allievo si rapportava al maestro secondo modalità ben precise, oggi difficili da seguire. Io continuo a dire che se si vuol fare il chirurgo bisogna frequentare giornalmente le sale operatorie; se non si fa così, e persiste l’uso di imparare attraverso seminari occasionali, bisogna inventarsi metodiche d’insegnamento più adatte, che possiamo definire aggiornate. Il compito è veramente arduo, perché bisogna rinnovare la didattica senza cambiare la materia d’insegnamento, in questo caso la tradizione del kung fu, che è molto profonda. Non adattare il kung fu tradizionale, come fanno in molti, ma -se possibile -adattare il modo di insegnarlo. Pare la via più accessibile per cercare di trasmettere il kung fu autentico (ed è già squallido dover specificare questo “autentico”) alla massa della civiltà occidentale, quella massa che non ha nella sua cultura imparare il kung fu come i cinesi lo proponevano tradizionalmente.

E’ quanto ha capito di dover fare Flavio Daniele, che ci racconta di aver trovato il modo in seguito all’incontro con il maestro Hsu Kuo Ming (George Xu). In questo impegno proficuo, Flavio si associa proprio al lavoro di shifu Xu, che è un ottimo maestro proprio perché a conoscenze raffinate abbina una capacità rara di trasmetterle, di spiegare, illustrare e mostrare quella che altrove rimane riservatezza. La scuola di George Xu in Italia ha dunque trovato la felice congiuntura di un insegnante capace e di un allievo in possesso dell’intelligenza per apprendere con facilità e dell’amore per l’arte, che gli fornirà la volontà di trasmettere ad altri le lezioni ottenute con l’allenamento assiduo.

 

Com’è iniziato il tuo lavoro nelle discipline interne (neijia) del kung fu?

Il motivo principale dell’inizio di questo lavoro, che prosegue già da diversi anni, è stato l’incontro col maestro George Xu. Grazie a lui hanno preso corpo le intuizioni che erano sorte in me attraverso la mia esperienza e su cui avevo lavorato in tanti anni di ricerca personale sulle arti marziali.

 

Nel momento in cui c’è stato l’incontro col maestro Xu, queste tue esperienze precedenti in cosa consistevano, non tanto per quanto riguarda la pratica, ma quelle conquiste già consolidate che ti sarebbero servite in seguito?

Il lavoro svolto in precedenza mi ha permesso di capire in maniera chiara e precisa il grande pregio degli insegnamenti di George Xu, là dove la maggior parte delle persone che ascoltavano il maestro esporre i cosiddetti segreti, non è riuscita a cogliere l’alto valore contenuto in essi, perché non aveva le basi per farlo. Quando conobbi il maestro Xu, mi accorsi immediatamente che nel lavoro che egli propone erano contenute in maniera precisa quelle intuizioni che mi avevano portato anni prima ad abbandonare il karate e a indirizzarmi verso gli stili interni cinesi. Il lavoro interessante che ho svolto in questi anni è stato l’approccio in un certo senso moderno che ho cercato di dare a queste tradizioni, senza niente stravolgere, senza niente mutare, ma solo interpretando in chiave attuale gli antichi insegnamenti”.

 

In che senso interpretarli?

Più che altro nel linguaggio e nella metodica di insegnamento. Perché le arti interne sono tali proprio per la loro interazione con la parte più intima del nostro modo di essere, con i nostri aspetti interiori; quindi se parli di concetti che non hanno un aggancio con la cultura delle persone o col loro simbolismo interiore, questi concetti non riescono a far emergere quello che devono fare emergere.

Per esempio, se ti dico che ho scoperto il tuo ‘tallone di Achille’, tu mi capisci immediatamente, perché questa semplice frase, il ‘tallone di Achille’, fa parte della  nostra cultura, ha un aggancio con essa, molto preciso. Oppure potrei dire a qualcuno: ‘Smettila di fare il Peter Pan‘. E’ facile capirsi, perché usiamo lo stesso linguaggio gli stessi simbolismi, gli stessi archetipi. E’ una questione importante, perché se non uso le giuste metafore non riesco a trasmettere  un messaggio che deve raggiungere gli aspetti interiori della personalità.

 

Questo era già l’approccio del maestro Xu o è una tua iniziativa?

img_5571-copiaIn parte lo fa anche lui, Il maestro Xu è già  una mediazione tra noi e la mentalità cinese: il suo valore sta nel fatto che c’è una specie di interfaccia tra la passata generazione dei maestri, quelli che adesso hanno 70, 80 anni, e la generazione più giovane; una interfaccia che poi serve principalmente a noi occidentali, in questo senso sono un’ulteriore mediazione, avendo riportato maggiormente alla nostra cultura, con un passaggio aggiuntivo, gli effetti della pratica.

Diciamo che attuo un’ulteriore traduzione, in maniera più precisa e più adatta a noi. Uso un linguaggio scientifico e in questo sono avvantaggiato dai miei studi, che mi hanno anche  permesso di dare al materiale d’insegnamento un’esposizione coerente, razionale e scorrevole. Allo stesso tempo, essendomi pure alimentato, in un certo senso, di cultura e di pratiche orientali, sono riuscito anche a metterci il cuore, quindi a unire la parte intuitiva con la parte razionale, lo yin e lo yang. Questa esperienza mi ha permesso di costruire una metodica molto precisa – ripeto, senza nulla stravolgere – e di portare avanti la scoperta degli antichi esercizi, che sono la base. L’arte del corpo è scoprire l’arte del corpo”.

 

Considero questo che citi spesso un tratto importante: non stravolgere il bagaglio trasmesso dagli antichi, perché è come studiare il greco antico al liceo o all’università: il greco antico non cambia e se vuoi conoscere il greco devi studiare il greco, non il greco italianizzato; però l’importante è riuscire a trasmetterlo agli studenti, ed è quindi in ciò che si può distinguere l’insegnante capace, dal modo in cui riesce a proporre lo stesso argomento fondamentale, che non cambia, a persone diverse.

E’ la stessa cosa. Un altro paragone che possiamo fare è quando traduci un’opera d’arte in una lingua diversa, Shakespeare in italiano, per esempio; chi lo traduce deve avere una certa sensibilità artistica, altrimenti, se la traduzione è letterale, non ha lo stesso senso “.

 

Oltre alla sensibilità ci vuole anche la conoscenza… 

Sì, conoscenza e sensibilità artistica per trasporre in una lingua diversa la stessa atmosfera, lo stesso gusto, lo stesso sentire. Perché non si tratta tanto di tradurre letteralmente i concetti, di riportare in maniera letterale le parole dal cinese o i metodi che i cinesi usano. Infatti le loro metodiche sono nate in tempi antichi, in una civiltà lontana nello spazio e nel tempo, così per non fargli perdere valore bisogna rivederne lo strumento di trasmissione, veicolarli in maniera diversa, anche se la materia non cambia “.

 

Ma si possono ottenere gli stessi risultati cambiando la metodica?

Sì, perché la mia metodica consiste semplicemente nel riadattare ai tempi la stessa cosa. I risultati si ottengono perché cambiano solo le parole con cui proponi la sostanza. Ho sperimentato e sperimento ogni giorno questi risultati su me stesso e attraverso i miei allievi”.

 

E in che cosa consiste allora questo lavoro, che pare comunque complicato?

Ho scritto diversi articoli su questi argomenti e uno dei miei punti fissi è mettere in risalto la differenza sostanziale tra le metodiche dell’allenamento sportivo e questi metodi che possiamo chiamare antichi.

Ho sempre affermato che le metodiche di allenamento sportivo non sono adatte alle arti marziali perché non sono nate per esse, ma per gli sport e gli sport hanno esigenze che non sono te stesse di un artista marziale. Le discipline sportive servono a costruire degli stupendi atleti da record, che dopo un po’, dopo 5-10 anni di vita sportiva, possono essere messi da parte come macchine usate. Invece le arti marziali devono accompagnare per tutta la vita e far crescere di volta in volta l’abilità del praticante. Le metodiche sportive sono nate per sfruttare il corpo, le arti marziali invece servono per il corpo: arte per il corpo, non il corpo per l’arte”.

 

Però, mentre è facile per chi si interessa di sport capire le metodiche di allenamento di un atleta, proprio perché più familiari alla cultura italiana, quelle che tu proponi sono molto più difficili da avvicinare. Perché da una parte ci sono i molti che non conoscono il lavoro antico, dall’altra i pochi che lo conoscono ma che non riescono o non vogliono insegnarlo efficacemente. Allora in cosa consiste il tuo metodo didattico?

Non è il mio metodo, non è un marchio mio. E’ chiaro che non esiste un metodo Flavio Daniele. Non ho creato niente “.

 

Diciamo il tuo modo di insegnare, di proporre la disciplina.

Nelle mie spiegazioni, nella mia rivalutazione delle metodiche tradizionali, il primoimg_5592-copia scoglio da superare è mostrare che prima di tutto gli stili interni sono un metodo scientifico, sebbene antico, perché basato sulla sperimentazione: se una tecnica dà un risultato significa che è buona, e viceversa. Questa era la scientificità posseduta dai metodi antichi, perché venivano vagliati subito, sul campo di battaglia; non si trattava di vincere o di perdere una medaglia, ma di vincere o di perdere la vita. Per questo se una tecnica non funzionava veniva subito messa da parte, mentre si sviluppava nel tempo solo se si dimostrava utile”.

 

Questa è un’altra differenza tra sport e arti marziali. ..

Innanzitutto i metodi antichi sono basati sul movimento naturale, e sono fatti per l’uomo nella sua totalità, comprendendo quindi sia l’aspetto fisico, sia l’aspetto energetico che quello mentale. Invece le metodiche sportive più vecchie addirittura non considerano neppure l’aspetto mentale, basandosi solo ed esclusivamente sull’aspetto fisico; quelle un po’ più avanzate hanno fatto il passo ulteriore: considerano l’aspetto mentale, ed ecco perché molto spesso si sente parlare di tecniche psicofisiche. Questo è già un passaggio aggiuntivo, ma non è sufficiente.

La marcia in più delle arti marziali cinesi è la presenza dell’interfaccia dell’energia, per cui parliamo non solo di psicofisico, ma di psico-energetico-fisico, differenza importante

 

Come avviene questo passaggio tra aspetto mentale, energetico e fisico?

Se parliamo di psicofisico, la mente agisce direttamente sul corpo e il corpo agisce in prima persona: cerco di portare la mente nel muscolo. In questo senso sono utili, per esempio, le tecniche di visualizzazione o le tecniche di training autogeno e di autoipnosi. Invece gli esercizi interni prima di agire sul muscolo si servono dell’interfaccia energetica, il che significa che non cerco di muovere il muscolo, ma di muovere l’energia”.

 

La quale, a sua volta, cosa fa?

Diventa il carburante che muove il muscolo. Quindi non c’ è un’azione diretta della mente sul corpo, ma un’azione indiretta, attraverso l’energia. L’azione del corpo c’è sempre, ma il corpo, i muscoli agiscono in maniera indiretta, perché stimolati dall’energia. E’ un po’ quello che avviene anche in un sistema meccanico, in un’automobile: attraverso la miscela aria-benzina la macchina automobile si muove, attraverso l’utilizzo cosciente dell’energia ch’i la macchina uomo si muove”.

 

Non potremmo allora includere il fenomeno del ch’i in quei vari processi biochimici o, se vogliamo, energetici, come il ciclo dell’ Atp o addirittura il ciclo di Krebbs?

Il ch’i è qualcosa che viene prima. I  processi che tu hai citato avvengono subito dopo. Ma se incrementi il prima, il dopo è molto più semplice, mentre se agisci direttamente sul fisico con le tecniche psicofisiche ottieni sempre un fenomeno dissipativo, perché consumi calorie. Per ottenere una quantità x di lavoro hai bisogno di quantità x di calorie. Se invece agisci sull’energia è l’energia che opera e quindi il lavoro, inteso in termini di kilocalorie, diminuisce. Ecco perché quando ti dedichi a queste pratiche fai sempre meno fatica. Ed è un risultato scientifico, perché provato. Chiunque pratica questi esercizi si rende conto che il suo rendimento aumenta pur diminuendo il suo consumo. Un ottimo parametro di valutazione può essere anche la diminuzione dei battiti cardiaci, effetto dell’ottimizzazione della produzione di lavoro nel corpo “.

 

Vuoi dire che un’energia intesa come chi può indurre una diminuzione del battito cardiaco anche senza condizionamento fisico, cardio-respiratorio?

Sì, è assodato che porta a un risparmio energetico vero e proprio e dunque a minori consumi. Il concetto, per quanto scientifico, è semplice. Scendiamo di un gradino: abbiamo parlato della mente, abbiamo parlato dell’energia, arriviamo ora al corpo: se esaminiamo com’ è fatta una struttura fisica capiamo perché questi metodi funzionano, Come tu sai bene, nel nostro corpo abbiamo due grossi sistemi muscolari, che possiamo definire sistema superficiale e sistema profondo. Bene, le metodiche sportive non sanno neppure che esiste il sistema muscolare profondo. Prova ne è che aprendo qualsiasi libro di anatomia si trova il 99,9% delle pagine dedicato ai muscoli superficiali e alle loro funzioni biomeccaniche (leve, eccetera), mentre per la struttura profonda troviamo poche pagine che elencano solo il nome e l’assetto dei muscoli. Null’altro. In realtà, così come abbiamo due emisferi cerebrali il destro e il sinistro, una parte intuitiva e l’altra razionale – dobbiamo supporre che il nostro corpo abbia due motori, uno per la velocità e uno per la stabilità, il radicamento e la potenza. I muscoli profondi sono come il maratoneta, quelli superficiali come il centometrista, in grado di fare con uno scatto bruciante i 100 metri, in meno di 10 secondi. Le metodiche sportive usano solo un motore, i muscoli superficiali”.

 

Cosa intendi per radicamento e stabilità?

La muscolatura profonda ha la funzione di rendere la struttura forte e radicata, connessa dall’interno”.

 

Poiché non sono termini di uso comune, puoi spiegare cosa significa “radicata” o “connessa dall’interno”?

Un’altra differenza sostanziale tra sport e arti marziali è che le arti interne si chiamano così proprio perché vanno a scoprire, a rivalutare la parte interna della struttura fisica, con la quale intendiamo principalmente il sistema osteo-articolare e legamentoso e il sistema muscolo-tendineo profondo; le metodiche antiche lavorano molto su queste strutture essenziali: quando si costruisce un palazzo, prima ci vuole il basamento forte e poi seguirà l’abbellimento. Così le metodiche antiche prima lavorano sulla costruzione del basamento, cioè sul sistema osteo-articolare-legamentoso e sulla muscolatura profonda – che deve essere forte, potente ed elastica, per dare stabilità – poi sugli aspetti superficiali della struttura, i muscoli di movimento. E questi due sistemi sono strutturalmente diversi, anche a livello di colore”.

Di fibre.

La muscolatura profonda è atta a fare quella che viene chiamata contrazione tonica, come nel caso dei muscoli che ci tengono la testa sul collo. Attraverso gli esercizi delle arti interne cinesi si impara a usare il proprio corpo dall’interno, partendo dalla sua struttura profonda “.

 

Ma credo che anche i muscoli superficiali debbano essere allenati…

Certo, vengono allenati, ma sono quelli che intervengono nella fase finale dell’azione. In più le fibre dei muscoli superficiali, siccome hanno dei grandi bracci di leva, devono poter scorrere velocemente e per questo non devono essere troppo forti, troppo toniche, perché altrimenti perdono la loro elasticità. Del resto la tanto discussa forza esplosiva viene dalla muscolatura profonda; una volta che la freccia è partita, allora intervengono i muscoli superficiali. Qui come altrove il fattore fondamentale è la connessione”.

 

Cos’è la connessione?

E’ il connettere assieme tutta la struttura fisica interna, principalmente il sistema osteo-articolare, cosicché i vari segmenti ossei diventino perfettamente connessi. E qui interviene un altro fattore fondamentale, la postura perfetta, data dal perfetto allineamento delle ossa. La postura non è qualcosa di statico, ma qualcosa di dinamico. Anche quando sei fermo, infatti, non esiste l’immobilità: anche da fermi avviene un continuo perdere e riacquistare l’equilibrio, attraverso l’attuazione di continui aggiustamenti micrometrici. Tuttavia la postura non è soltanto il risultato di un equilibrio fisico, ma anche emozionale e mentale; è un insieme di forze”.

 

E l’equilibrio a questi vari livelli lo acquisisci praticando?

Praticando questi esercizi interni. Perché anche la nostra scienza ha ormai ampiamente riconosciuto il legame profondo che c’ è tra la mente e il corpo. Quindi lavorando sulla struttura fisica io lavoro anche sulla mente, in una corrispondenza biunivoca. Quello che purtroppo non hanno ancora scoperto è che tra mente e corpo c’è questa famosa interfaccia di cui parlavamo prima, l’ energia. Un po’ come nel computer; dove ci sono l‘hardware (il corpo) e il software (l’arte e la programmazione mentale) ma ci deve essere anche l’energia, cioè la corrente elettrica. L’hardware e il software senza la corrente non possono fare nulla“.

 

Per la postura quali sono gli esercizi da praticare?

Per prima cosa l’allineamento della colonna vertebrale, che è fondamentale rimanga perfettamente dritta. Perfettamente dritta significa naturalmente dritta, cioè in posizione fisiologica, con le sue curve rispettate, né in iperlordosi, né in ipercifosi. Bilanciando bene queste curve si ottiene in condizioni basali una postura equilibrata e dinamica, che consente al corpo di raccogliersi intorno all’asse centrale, rappresentato dalla colonna vertebrale. Per fare questo c’ è bisogno di allenare i muscoli profondi, la maggior parte dei quali è localizzata intorno al rachide; sono i cosiddetti muscoli paravertebrali, che si intrecciano tra una vertebra e l’altra, avvolgendo la colonna. Possiamo fare il paragone con l’albero maestro di una nave: i muscoli superficiali sono un po’ come le vele, che per essere in grado di raccogliere la forza del vento devono potersi dispiegare; i muscoli paravertebrali sono invece come il sartiame che lega le vele all’albero maestro. Quindi, poiché avere un buon albero maestro significa una grande capacità di mobilità, il lavoro sulla colonna vertebra le è basilare”.

 

Il tuo lavoro primario si svolge allora sull’apparato muscolo-scheletrico in quella zona?

Il lavoro principale si svolge su quelli che possiamo chiamare i tre archi principali del corpo; l’arco maggiore è l’arco dorsale, il quale deve appoggiarsi su qualcosa, cioè sull’arco delle gambe; infine, per potere interagire col mondo e con gli altri, c’è bisogno di un organo di trasmissione, che è l’arco superiore, cioè l’arco delle braccia. Questi tre archi sono connessi tra di loro attraverso dei punti molto precisi: nell’arco scheletrico superiore la struttura del bacino, la zona della vertebra C7 e l’articolazione sterno-clavicolare, poco conosciuta e trascurata perché minuscola“.

 

E anche poco mobilitata.

Così viene offuscata dall’articolazione scapolo-omerale, che dà forma e sostanza alle spalle. Ma la piccola articolazione sterno-clavicolare da un certo punto di vista è più importante, perché è l’unico punto di appoggio di tutta la struttura toracica. Infatti il braccio, con la scapola, è come appeso alla colonna vertebrale“.

 

Mentre invece questa parte…

E’ l’unico appoggio fisico, per cui è importante sviluppare opportunamente questa piccola chiave. E’ la conoscenza di queste piccole cose che fa le grandi cose. E gli esercizi sono fatti per lavorare sulle piccole cose.

Per esempio per sviluppare il potere dell’arco dorsale e dell’arco superiore, non è tanto importante il lavoro sui muscoli, che sviluppi grandi bicipiti, grandi tricipiti o grandi deltoidi; puoi anche sviluppare i muscoli al massimo, ma se queste due chiavi -l’articolazione sterno-clavicolare e la C7- sono degli snodi arrugginiti, poco mobili, tutta la tua potenza si disperde.

E’ come avere dei buchi o delle pressioni anomale in un gasdotto o in una canna che trasporta l’acqua. Su questo lavorano le pratiche tradizionali. Infine il fondamentale arco delle gambe, che rappresenta il basamento. Anche per esso esistono degli esercizi specifici che aiutano a sviluppare al massimo il suo potenziale agendo su ossa, tendini, legamenti e muscolatura profonda. Quest’ultima in particolare ha bisogno di essere potenziata, là dove la muscolatura superficiale è già sufficientemente forte di suo“.

 

Questi esercizi come sortiscono lo sviluppo della muscolatura profonda?

img_5653-copiaTutti questi esercizi nati dall’esperienza antica riguardano principalmente la muscolatura profonda e la struttura osteo-articolare. Prima di tutto occorre il corretto allineamento posturale, in qualsiasi posizione, che sia naturale o una tipica delle arti marziali, come quella del cavaliere (ma pu) o quella arco-freccia (kung chien pu). Se riesci ad allineare perfettamente le ossa, la prima cosa che succede è una decontrazione dei muscoli superficiali. E quando non lavorano i muscoli superficiali, lavorano quelli profondi. Quando il corpo è allineato, ogni posizione ha un punto di equilibrio, in cui i muscoli superficiali sono come abiti appesi all’attaccapanni.

Bisogna ricercare questa situazione e lo si fa solo ascoltandosi e sviluppando sotto la guida di un maestro esperto – la consapevolezza interna, in modo da utilizzare questi esercizi per prendere coscienza delle variazioni toniche dei muscoli. Ottenuta questa coscienza, si comincia a capire quale muscolo è contratto e quale rilasciato, quale lavora e quale no. Il maestro Xu fa sempre l’esempio di una convivenza tra marito e moglie, in cui un coniuge cucina e l’altro mangia; se cucina sempre uno, l’altro non imparerà mai a farlo, mentre se si alternano ai fornelli, lavorano entrambi ed entrambi imparano a cucinare“.

 

Fa parte della propiocezione.

E’ lo scopo principale di questi esercizi. La loro chiave di volta è che, a differenza degli sport occidentali, non sono esercizi di potenza, ma la potenza ne è una conseguenza, un risultato indiretto.

E’ un frutto, da coltivare proprio come farebbe un contadino: il contadino non lavora direttamente sulla pera, non può farlo, ma lavora sull’albero di pere e sul terreno circostante, e se ha fatto un buon lavoro, alla fine il frutto sarà rigoglioso e saporito”.

 

Allora quali sono, secondo i tuoi insegnamenti, le caratteristiche di una posizione corretta?

Bisogna conoscere sia l’anatomia che l’equilibrio di yin e yang. Partendo dal basso, poiché una buona casa si vede dalle fondamenta, come un buon albero si vede dalle radici. Cominciamo dunque dal piede, dove pure si manifestano lo yin e lo yang, Rispettando questo equilibrio si comprende di conseguenza l’appoggio corretto del piede, un appoggio plantare completo, anche se la forza viene avvertita principalmente sull’arco esterno, come quando si lascia un’impronta sulla sabbia, in cui solo una parte del piede lascia il segno.

Ma come spesso succede, e come dice la saggezza cinese nella metafora del vaso, la parte importante è quella vuota: mentre sulla parte esterna del piede avviene lo scarico delle forze della struttura fisica, nella parte interna si ha lo scarico delle forze interne. Presso quest’area si colloca il punto yung ch’uan dell’agopuntura, un punto virtuale in cui vanno a convogliare tutte le forze interne: è lì che viene convogliato il gioco dinamico, mentre il gioco statico converge sull’arco esterno del piede.

Come in qualsiasi altra struttura fisica, bisogna distinguere le due parti: la parte esterna è il basamento ed è lì che nasce l’equilibrio. Il gioco dinamico delle forze avviene invece nel punto yung ch’uan, che pur non poggiando a terra, è un’ area di equilibrio dinamico. Bisogna sensibilizzarsi verso di esso, sviluppando la consapevolezza anche dei piedi”.

 

L’appoggio del piede a terra è fondamentale per la postura e si ripercuote sulla colonna vertebrale. Bisogna cambiare queste condizioni?

Conosciamo l’utilità delle curve naturali della colonna vertebrale, anche perché, se non ci fossero, a ogni appoggio del tallone a terra il rimbalzo avrebbe delle violente ripercussioni sul cervello. Come un’automobile, la nostra struttura fisica ha infatti bisogno di un sistema di distribuzione delle sollecitazioni e di un sistema di assorbimento, degli ammortizzatori; la colonna ha questa funzione, con le sue curve che servono a smorzare e ad assorbire le onde d’urto che arrivano al cervello. Questo vale quando si è in una situazione neutra. Tuttavia, a seconda del tipo di azione da svolgere, lo stato della postura cambia, privilegiando di volta in volta una maggiore stabilità o una maggiore potenza. Pertanto quando si combatte, e si vuole ottenere il massimo della forza, queste curvature vanno diminuite, estendendo la colonna vertebrale verso l’alto”.

 

Ha luogo una riduzione delle curve fisiologiche del rachide?

Sì, in modo tale che la schiena diventi quello che i maestri cinesi chiamano fare il dorso di tartaruga, una conformazione simile a quella di una vela gonfiata dal vento o di un cuscino imbottito. Se osserviamo gli animali, vediamo che quando si preparano alla lotta inarcano la schiena, diminuendone le curvature. Poiché anche noi siamo degli animali, per aumentare la nostra forza durante il combattimento dobbiamo inarcare la schiena nella giusta maniera”.

 

Qual è questa maniera?

Principalmente bisogna distendere la zona lombare della schiena, senza però aumentare la lordosi, perché altrimenti non si ottiene il dorso di tartaruga, ma la schiena del bisonte. Rilassando il petto la forza scende nella zona lombare, dove ha luogo il radicamento. Quando viene distesa, la nostra schiena è come un arco in tensione, ma un arco asimmetrico, con l’impugnatura bassa, a livello della zona lombare. I muscoli paravertebrali e i legamenti della colonna sono la corda dell’arco, mentre il braccio o la gamba diventano la freccia. Tenendo presente questa immagine e dedicandosi al potenziamento dell’arco dorsale, la schiena effettua un lavoro corretto, altrimenti si sviluppa la muscolatura delle spalle, non facendo altro che creare blocchi. E’ grazie a questa estensione della colonna vertebrale che si riesce a collegare, a mettere in connessione i tre archi (superiore, dorsale e inferiore) e a dare in tal modo unità all’azione del corpo”.

 

Perché poi l’energia, la potenza viene trasmessa da lì, attraverso l’impugnatura e la corda, alla freccia che parte. Ma una freccia è rigida.

Invece il braccio non deve essere rigido, ma morbido; a me piace paragonare larto alla proboscide di un elefante, o ad un serpente”.

 

Ma in presenza di una contrazione muscolare violenta, potente, il braccio si irrigidisce per forza e non è più comparabile alla proboscide di un elefante.

No, diventa come di legno”.

 

Quindi non bisogna mai irrigidire i muscoli?

No, la contrazione non serve, perché il colpo deve essere sempre frustato; c’ è solamente un estendere, un lasciare che il braccio si stenda, in modo tale che l’arto venga lanciato non come un giavellotto, ma come una frusta”.

 

Quindi l’allenamento a colpi resi fisicamente potenti dalla contrazione muscolare è escluso dal lavoro interno?

Certo, diventa una contraddizione. Peraltro se stendi troppo il braccio, la tua forza è unidirezionale, quindi diventa assai facile da spostare. Se invece lasci che il braccio si muova come una frusta, la sua forza acquista tridimensionalità, perché agisce contemporaneamente nelle tre dimensioni dello spazio. Per esempio se do un pugno in avanti, la forza si espande non solo in avanti, ma anche in alto o in basso e di lato; è un po’ come l’azione di una trivella, di una  vite o di un proiettile, che vengono sì mossi in avanti, ma mentre avanzano ruotano su se stessi. Inoltre, se il braccio è completamente disteso perde la connessione con il resto del corpo, perché tutta la muscolatura anteriore è sconnessa e quindi il braccio viene retto semplicemente dalla potenza del deltoide o al massimo del pettorale, ed è veramente poco. Se invece il braccio non è esteso completamente, ma ha una struttura un po’ curvilinea, tutta la muscolatura anteriore ti permette di radicarlo al terreno”.

 

Anche questa frase non è familiare all’italiano: radicare la struttura o il braccio al terreno. Puoi spiegarla?

Lo farò tramite un esempio banale: se provi a spingere un armadio su un terreno scivoloso, per esempio ricoperto d’olio o di ghiaccio, non riesci a spostarlo, perché scivoli tu; infatti puoi anche essere fortissimo, ma non hai radici e quindi non riesci a esprimere la tua forza. Per riuscire nell’azione devi connetterti al terreno”.

 

Come si fa a connettersi al terreno, dato che l’essere umano non ha delle radici?

Non si tratta di radici fisiche, come quelle di un albero o come le fondamenta di una casa, ma di un radicamento da ottenere in maniera dinamica, invertendo la direzione della forza. Normalmente nelle persone sconnesse la direzione della forza è quasi tutta verso l’alto, o se è verso il basso è quella, per così dire, del depresso, e né l’una né l’altra hanno radici. Invece bisogna invertire la direzione della forza e fare in modo di sfruttare tutta la forza peso, un altro fattore fondamentale, che coinvolge la forza di gravità. In genere negli allenamenti né la propria forza peso né la forza di gravità vengono prese in considerazione; ma si tratta di alleati potenti, che gestiti adeguatamente possono rendere una persona di 50 chili stabile come se ne pesasse 100″.

 

La connessione di tutto il corpo e del corpo con la terra.

Esatto, quando sei rilassato è come se la forza peso scivolasse nella struttura ossea, passasse all’interno della colonna vertebrale, quindi scendesse e sprofondasse verso la terra, cosicché i piedi diventano come attaccati al terreno. Si tratta, come ho detto, di una forza dinamica”.

 

Secondo te, dove possiamo trovare questi concetti nelle arti marziali cinesi?

Soprattutto gli stili interni hanno pratiche specifiche: nello stile pa kua si sviluppano le suddette capacità con le camminate, nello hsing i principalmente stando in san ti shi o con le figure degli animali; ci sono poi gli esercizi di base del chi kung marziale, statici come quelli dell’I ch’uan. Che siano statici o dinamici, lo scopo di questi metodi è lo sviluppo della connessione, innanzi tutto con esercizi per l’arco superiore, quindi per la colonna vertebrale. Sono esercizi in apparenza molto semplici, sia da vedere che da svolgere, ma da un punto di vista interno sono molto difficili da fare bene; perché, dato che è la mente a guidare il movimento, richiedono partecipazione attenta e una grande concentrazione”,

 

Ma tutte le azioni del corpo vengono guidate dal cervello. In questo caso qual è la differenza?

La differenza è data appunto dallattenzione cosciente, attraverso cui scoprire la propria struttura dall’interno e sviluppare la consapevolezza corporea, dando vita all’arte del corpo. Il che avviene aumentando quello che io definisco una specie di sesto senso: il senso propiocettivo, che ti permette di avere coscienza di te stesso. Solo che la maggior parte di noi usa questa capacità in una maniera esterna, superficiale”.

 

Orientamento spaziale…

Certo, o per sentire se ho caldo o freddo, se mi sento bene o male. Invece gli esercizi antichi di cui parlo sfruttano la propiocezione in maniera scientifica, perché nascono dalla sperimentazione. E due regole della sperimentazione scientifica sono la ripetibilità dellesperimento e la verifica del risultato. La loro scientificità consiste nel fatto che essi funzionano e per di più, lo ripeto, hanno rispetto del corpo, perché sono esercizi basati sul movimento naturale, in cui il fisico non viene forzato per ottenere dei risultati. Per ottenerli non faccio che esaltare le tendenze spontanee, l’equilibrio naturale del corpo, risparmiando energeticamente”.

 

Forse anticamente non era così, ma oggi lo sviluppo della postura di molti individui non va in questa direzione, ma in una che dal nostro punto di vista non è completamente funzionale e può persino volgersi a situazioni insane. Però anche questo è sviluppo spontaneo. Allora bisogna correggere qualcosa che di natura non è funzionale?

Sì, ma in questo caso stiamo parlando di natura snaturata: avendo perso il contatto conimg_5679-copia la natura e con noi stessi, è entrata nell’uso comune, fino a diventare naturale, una pratica che invece è innaturale ed errata. Le metodiche che seguo ti permettono appunto di riappropriarti del tuo corpo. E un’altra loro caratteristica fondamentale è che tutti questi esercizi di base per l’arte del corpo, sorti in tempi passati, hanno una funzione molto precisa che io -in quello che è il mio lavoro principale di spiegarli in termini scientifici adatti a noi- ho chiamato efficacia, globalità gestuale”.

 

Puoi spiegarti meglio?

Normalmente come si comporta una persona quando pratica arti marziali? Allena le sue tecniche di combattimento (calci, pugni, eccetera) e poi si dedica al condizionamento fisico, che può essere lo stretching o il potenziamento con i pesi; cioè fa due cose diverse. Invece con questi esercizi tradizionali, che agiscono sul corpo in maniera naturale, fai stretching e potenziamento contemporaneamente, mettendo in gioco in una sola tecnica forza ed elasticità. Inoltre essi sommano all’efficacia una finalità ben precisa, tale per cui qualsiasi movimento effettui, fai sempre arti marziali. Per esempio un ballerino ha bisogno di gambe altrettanto elastiche di un praticante di kung fu, ma non finalizza i suoi esercizi  a un uso marziale. Invece lo stretching del combattente non deve essere staccato dalla pratica marziale; egli, infatti, deve finalizzare ogni suo gesto al suo metodo, altrimenti nel momento del bisogno non riuscirà ad applicarlo. Ecco la differenza sostanziale; questi esercizi, sono finalizzati all’arte marziale, per cui quando fai stretching non fai stretching e quando fai potenziamento non fai potenziamento, fai un esercizio marziale”.

 

Tra salute ed efficacia in combattimento potremmo dire che la salute è un effetto collaterale?

E’ un binomio. Prima di tutto l’arte per il corpo, perché un artista marziale è tale solo quando ha un corpo. Di base bisogna quindi ottenere una buona salute, un corpo forte e in equilibrio. Dopo di che lo puoi usare come meglio credi. Diciamo che la pratica è finalizzata all’arte del corpo, che può essere usata a seconda dell’occorrenza. E’ come affilare una spada, per poi usarla non solo per dare la morte, ma anche per difendersi e salvare la vita.

Se occorre, l’arte marziale può anche dare la morte, ma è fatta per la vita.

Non bisogna dimenticare che attraverso un uso nobile dell’arte marziale si può crescere veramente”.

 

Durante il nostro colloquio, Flavio non si è mai posto nelle vesti scomode del maestro, ma di un uomo che si rende conto di aver provato su se stesso delle acquisizioni -che egli giudica sostanziose- nel campo delle arti marziali ed è pronto a introdurvi altri cui interessano attraverso il suo mestiere di insegnante; che non consiste nell’imposizione dall’alto, ma nel condividere concetti che vivono da soli, perché fatti di una realtà incontestabile, provabile al di là del colore della pelle di chi la propone. E il pregio dell’ingegner Daniele è la capacità di proporla agli italiani con un metodo non solo scientifico, ma anche adattativo.

 

3) Insegnamento e Trasmissione

img_5763-copiaQuando nel 1972 incominciai a insegnare arti marziali e discipline orientali (Karate e Hatha Yoga), mi posi quasi subito la domanda se, per noi occidentali, fosse meglio seguire le metodiche di insegnamento orientali oppure adottare le nostre.

I pro e i contro dal punto di vista teorico si equivalevano, e anche da un punto di vista pratico notai, dopo qualche anno, le percentuali di “successo didattico” non si differenziavano molto. Ne conclusi, abbastanza frettolosamente, che l’une valevano l’altre e, quindi, si potevano insegnare tranquillamente le discipline orientali alla “maniera occidentale” senza che ciò le snaturasse del loro valore; ma molti anni più tardi, circa quindici, quando incominciai a insegnare arti marziali cinesi, mi resi conto che la questione non era così semplice: una materia tanto complessa, come è l’insegnamento, richiedeva un approccio multidimensionale  che tenesse conto di una molteplicità di fattori, che la mia inesperienza di giovane istruttore mi aveva fatto trascurare.

Primo fra tutti che non è una questione fra Oriente e Occidente, ma cosa voglio insegnare che, di conseguenza, né determina il “il modo”: un conto, infatti, è insegnare la Tecnica che concerne norme, regole e conoscenze specifiche di un determinato stile, un altro è trasmettere l’Arte, che concerne principi e conoscenze generali che vanno oltre lo stile specifico che si sta insegnando, e che investono il praticante sia come uomo sia come artista che crea l’arte.

Se per la prima un metodo equivale all’altro, per la seconda la questione del metodo fa la piccola/grande differenza tra Insegnamento e Trasmissione. Allora, agli albori delle arti marziali in Italia, la questione tra Tecnica e Arte era prematura, perché nessuno di noi avrebbe capito la differenza: marzialmente parlando eravamo tutti dei bambini; ora, però, è passato mezzo secolo dall’arrivo dei primi maestri orientali,  e quei bambini hanno i capelli bianchi e hanno anche la responsabilità del futuro delle arti marziali, e la questione va affrontata perché non si può continuare a insegnare come se fossimo tutti ancora rimasti alle elementari degli anni pionieristici, continuando a fare aste dopo aste, mia figlia (classe 1987) ha ricevuto i primi rudimenti di Insiemistica (una branca della matematica) alle elementari, io l’ho studiata all’università.  Se non si capisce che in questi anni c’è stata una maturazione marziale collettiva che ci impone di adeguare i metodi didattici si corre il rischio, come sta già succedendo, di ridurre tutta la ricchezza delle arti marziali a sola tecnica fisico-atletica e di vedere i giovani preferire il calcio o il full contact al karate o al kung fu. Ricchezza che non deve essere intesa come semplicistica educazione a valori da oratorio marziale quali coraggio, lealtà, spirito agonistico ecc., che sono comuni a tutti gli sport, ma come veri e propri metodi operativi pratici in grado di sviluppare reali e concrete qualità/abilità sia fisiche che interiori di cui tutti hanno inteso parlare, ma che pochi hanno realizzato, e che fanno la differenza tra arte marziale e sport, tra Arte e Tecnica come: coniugare la potenza con l’elasticità, la forza con il rilassamento, la velocità con la calma, l’efficacia e l’efficienza psicofisica con il tempo che passa.

 

Quindi, come potete notare, la questione non è di poco conto per cui occorre affrontarla chiarendo, però, che la divisione tra Arte e Tecnica è artificiosa, e la stiamo facendo solo a fini esplicativi.  Da un punto di vista pratico e operativo, l’una è funzionale all’altra: l’arte senza tecnica, senza gli strumenti per realizzarla, è puro concetto astratto; la tecnica senza arte diventa virtuosismo tecnicistico fine a sé stesso, senza risvolti pratici sulla marzialità gestuale come succede, sempre più spesso, nelle gare di forme. Se non si è in grado di spiegare teoricamente e mostrare praticamente, per esempio, che le differenti posizioni che si assumono nelle forme (la posizione del cavaliere, l’arco-freccia ecc.) non sono fine a se stesse, non hanno il semplice e banale compito di sostenere il busto, ma hanno una precisa funzione marziale perfettamente funzionale alle varie esigenze/situazioni del combattimento, allora bisogna ammettere che hanno ragione i praticanti di sport da combattimento i quali, come tutti sanno, sostengono che lo studio di tutte quelle posizioni è una perdita di tempo. 

Ragione dimostrata a suon di pugni non a chiacchiere, come hanno potuto constatare, a loro spese, quei tradizionalisti che si sono avventurati negli sport da combattimento che non hanno saputo utilizzarne le enormi potenzialità.

Così, oggi, abbiamo fondamentalmente due fazioni: i tradizionalisti che le hanno prese,  demotivati e delusi, e i tradizionalisti ciechi, arroccati nelle loro torri d’avorio che si rifiutano di vedere il cambiamento, richiamandosi a una tradizione che, nella realtà dei fatti, è solo ripetizione stereotipata di un metodo di allenamento, retaggio dell’era pionieristica, in cui non si andava tanto per il sottile. Manca, o perlomeno è piuttosto esigua, la fazione dei ricercatori, che a occhi aperti e con entusiasmo cerchino di recuperare tutto quel patrimonio di allenamenti per sviluppare le qualità marziali di base che tutte le arti avevano nel loro bagaglio, che i vari maestri orientali arrivati nel nostro paese hanno trascurato nella fretta di diffusione, per l’ansia di ottenere risultati agonistici e, forse, anche perché davano per scontato che noi le possedessimo già.

Ecco perché recuperare il concetto di Arte, distinguendola dall’insegnamento della semplice tecnica atletico-sportiva, evitando che il suo significato si trasformi definitivamente in quello di sport, non è una banale questione accademica, ma investe il significato più pieno e vero della pratica marziale.

Recupero che, nella realtà dei fatti, è un ritorno al futuro, è studiare e applicare metodiche che non danneggino il corpo, ma né assecondino le naturali potenzialità, è applicare le tecniche di Qi Gong (lavoro sull’energia interna) e di Nei Gong (lavoro sulla struttura interna del corpo: tendini, legamenti, muscolatura profonda, allineamento strutturale, forza elastica, forza a spirale, forza esplosiva ), è formare un corpo docente che non abbia solo nozioni spicciole di biomeccanica, o di pronto soccorso, ma che sappia di fisiologia energetica, che non confonda i meridiani dell’energia con quelli terrestri, che non consideri l’Hara o il Dantian  come luoghi mitici, ma come centri di forza e di potere situati nel nostro addome, che bisogna insegnare a usare se non vogliamo che, una volta finita l’attività agonistica, i nostri giovani demotivati o smettano di praticare o vadano a fare sport più divertenti. Ormai anche la classe medica si è accorta, accettandola in pieno, della medicina energetica cinese, e discipline energetiche sono praticate un po’ ovunque meno, è qui sta tutta la paradossalità della situazione, che nei raduni delle grandi organizzazioni che gestiscono le arti marziali e nella maggior parte delle palestre. Che forse il medico della mutua, o l’operatore fitness è più illuminato e aperto dei vari dirigenti e maestri italiani?

 

Trasmettere l’Arte

Un’arte, qualsiasi tipo d’arte, indipendente dalle latitudini spazio-temporali, in Orienteimg_5771-copia  come in Occidente, nel passato come nel presente, non si insegna si può solo trasmettere. Al contrario della tecnica non si presta a nessun tipo di modellamento e di strutturazione perché tocca livelli profondi della persona: il suo sentire, il suo modo di essere e di porsi nei confronti delle situazioni e degli eventi della vita; tocca cose di difficile definizione come le relazioni interpersonali, le emozioni, i sentimenti, in poche parole le trasformazioni  dell’animo umano.

Ecco perché un gesto tecnico, se ben spiegato verbalmente, può essere mostrato fisicamente anche con scarsa maestria di esecuzione e può, a sua volta, essere capito e replicato con una certa facilità anche da persone con scarsa esperienza; un gesto artistico, al contrario, riflesso della personalità e rivelatore del grado di maestria del suo esecutore, può essere si mostrato e spiegato, alla stessa maniera di quello tecnico, ma richiede sensibilità e conoscenza per essere compreso, tempo e maturazione per essere realizzato sia da parte di chi lo impartisce sia da chi lo riceve.

Un esempio banale: nel giro di pochi mesi si può insegnare a un giovane atleta una forma acrobatica di wushu moderno, ma ci vorrebbero anni per insegnargli i rudimenti di un arte interna come il Taiji Quan, lo Xing Yi Quan o il Ba Gua. Infatti, nel campo delle arti marziali esterne, è abbastanza comune vedere istruttori che possono insegnare cose che loro stessi, per motivi d’ordine diverso, non sono in grado di fare, non è così in quelle interne e anche, a onore del vero, ad alti livelli di quelle esterne.

Chi insegna deve essere lui stesso un esempio, infatti, se non è in grado di mostrare praticamente come si realizza un gesto, di testimoniare l’arte che si vuole trasmettere il tutto si riduce, come spesso succede nel Taiji Quan, a una banale pratica fisico-atletica di tipo salutistico.

Un gesto artistico è sempre il risultato di una vita dedicata allo studio, alla ricerca e alla trasformazione, è ricco di significati, dietro c’è la storia del suo esecutore: la ricerca dell’armonia corporea e del potere interno, la saldezza del suo cuore, la calma della mente e l’imperturbabilità dello spirito.

Molti non riescono a vedere ciò, specie alcuni insegnanti di arti marziali esterne, duole dirlo, che scambiano l’apparente semplicità tecnica del Taiji per banalità. Non sanno, e spesso non vogliono sapere, che ad essa corrisponde una complessità interna, una messa a punto tra abilità del corpo (Li), forza della mente (Yi) e potere dell’energia (Qi) che può mettere in crisi anche trenta e passa anni di onorata carriera marziale, come sanno tanti maestri di karate, di kung fu, di aikido ecc. che, senza nascondersi dietro un dito, hanno avuto il coraggio e l’onestà di mettersi in discussione, di provare seriamente a fare arte marziale interna fregandosene delle etichette, perché quello che conta è il praticante e la sua crescita: è lui che si mette in discussione non l’arte che pratica.

Vediamo di chiarire meglio questo ultimo concetto (tra artista e arte) con degli esempi pratici e reali che mi permettano, anche, di approfondire maggiormente la relazione tra Arte e Tecnica. Dato il mio passato di karateka sono spesso invitato a tenere seminari di Qi Gong e Nei Gong nelle palestre di karate e mi  trovo sovente nella strana situazione di dovere dimostrare che se qualcosa non funziona, se c’è troppo stacco tra la pratica delle forme, lo studio delle tecniche e la realtà del combattimento, la colpa non è della disciplina, che il limite non è nell’arte, ma nel loro modo di praticarla e applicarla.

E lo dimostro applicando così come sono, senza spostare una virgola, alcuni passaggi un po’ controversi dei kata di base. Il primo, Heian Shodan, come tutti sanno, comincia con una parata bassa a sinistra e con un oi tsuki in avanzamento, però se provate a fare un’applicazione tecnica di questa combinazione senza i principi dell’Arte su un attacco di mae geri (da sfondamento) vi accorgerete, come succede quasi a tutti, che se non modificate la forma scivolando indietro o uscendo di lato non funziona, o se riuscite ad applicare la parata bassa (procurandovi, quasi sicuramente, un vistoso ematoma sull’avambraccio), il pugno in avanzamento, così come è previsto  nella forma,   non si riesce ad applicarlo.

Perché? Delle due l’una: o chi ha creato la forma non capiva niente di applicazioni marziali (Funakoshi si rivolterebbe nella tomba) o manca qualcosa nella pratica? Quello che manca è che i kata sono insegnati senza i principi dell’Arte, che nel caso specifico di questa semplice combinazione tecnica sono: (a) l’anticipo (cioè la capacità di applicare il gedan barai prima che il calcio esploda), (b) l’utilizzo della forza della terra (la forza peso) per schiacciare l’avversario e spingerlo (rovinosamente) indietro (sempre con il gedan barai), e (c) la continuità d’azione, che ci permette di colpirlo, nella sua ritirata, con l’oi tsuki. Se non si ha la capacità di utilizzare il gedan barai in questa maniera (con dentro questi principi chiave) allora dovete inventarvi artifici tecnici tipo uscite, scivolamenti ecc., o forse pensate che Funakoshi non fosse abbastanza esperto per pensare a soluzioni alternative di questo tipo?

Se non si è in grado di applicare le tecniche dei kata nel modo e nella sequenza prevista, non solo essi da cambiare ma noi, il nostro modo di generare la forza (solo muscolare e periferica), di usare il corpo (duro e teso), di applicare la tecnica senza i principi (radicamento alla terra, centralizzazione, allineamento, connessione strutturale, energia interna).

Lo stesso discorso si ripete pari pari con la partenza del secondo kata (o se preferite del terzo): siete mai riusciti ad applicarlo su qualcuno che vi sferra un pugno non collaborativo potente e deciso alla vostra tempia sinistra, senza usare artifici tecnici (i soliti)? Vi siete mai chiesti perché si usa la posizione koku tsu dachi che, apparentemente,  sembra completamente inadatta?

E ancora, siete mai riusciti a usare in combattimento libero in maniera efficace tecniche quali shuto uke, uchi uke, age uke. Non sto ora a spiegare come si possa fare, perché lo spazio tipografico è tiranno, e i principi, enunciati teoricamente, danno l’ingannevole sensazione di averli capiti e di saperli applicare, ma vi posso garantire che, anche in questo caso, come quasi nella totalità delle forme, che non si deve modificare niente: si applicano cosi come sono se, però, nella vostra Tecnica ci sono i Principi dell’Arte, altrimenti……. .

 

Comunque, a questo punto lasciamo il terreno infido delle applicazioni, per riprendere il discorso meno a rischio di polemiche, del rapporto tra Insegnamento e Trasmissione, chiarendo che in quello che ho scritto mi guida solo amore e rispetto per le arti marziali, tutte le arti senza distinzioni di sorta, e nel paragone ho utilizzato il karate perché è l’arte esterna che ho praticato più a lungo e conosco meglio, non per affermare una superiorità di una disciplina rispetto a un’altra: è l’artista che fa la differenza non l’arte.

Quello che conta  nell’insegnamento di un’arte, e in particolare di un’arte marziale, al di là di tutte le sottigliezze, è il rapporto tra Maestro e Allievo, che deve essere di fiducia, rispetto reciproco e complicità di intenti.

Infatti, mentre l’insegnamento tecnico, per esempio, anonimo e impersonale, si può impartire anche attraverso vari sussidi didattici (libri, video ecc.), quello artistico no, richiede un contatto intimo e diretto perché la trasmissione possa avvenire.

Bisogna aprire il cuore e sintonizzare la mente sulla giusta lunghezza d’onda. A certi livelli di pratica la trasmissione è talmente delicata e l’insegnamento, toccando aspetti profondi della personalità sia dell’allievo sia del maestro, tanto intimo da richiedere un cuore pulito e un’intenzione priva di secondi fini. A livelli alti, affinché un pugno abbia un’efficacia non solo fisica, il cuore deve essere vuoto di intenzioni negative e risentimenti di qualsiasi genere, e il braccio pieno di energia e potere interno.

E’ importante chiarire, per evitare fraintendimenti, che non stiamo parlando di buonismi da new age o di zollette di zucchero di buoni sentimenti, ma di leggi e principi d’alchimia interiore marziale che bisogna conoscere e utilizzare per trasformare un qualsiasi gesto tecnico in un gesto di potere.

Nella trasmissione, affinché l’insegnamento possa scorrere, l’allievo si deve vuotare del suo sapere e il maestro, da parte sua, deve avere una purezza d’intenti vuota di qualsiasi forzatura: non deve imporre, ma favorire, assecondare il naturale processo di crescita dell’allievo. Processo che va inteso in termini di maturazione, piuttosto che di intelligenza, di acquisizione di conoscenze, o di accumulo di nozioni. Il fenomeno è paragonabile, come amano fare i maestri cinesi, alla crescita continua delle piante, ecco perché, secondo la loro visione, è impossibile impadronirsi dell’arte attraverso un’azione volontaristica, autonoma e dirigista, ma occorre lavorare per creare le condizioni per la trasformazione, occorre favorire il processo con un condizionamento specifico e propizio, come fa il contadino con le piante che ne favorisce la crescita senza volerne determinare il corso, o proiettare su di esse la sua aspettativa. Egli sa che non si può aiutare una pianta a crescere più velocemente, ma solo, attraverso le sue attente cure, assecondarne lo sbocciare naturale.

L’insegnamento del maestro è come l’acqua che scorre: quando incontra un avvallamento nel terreno, finché non lo ha colmato non va oltre: non forza la comprensione, non salta le tappe, ma aspetta che naturalmente tracimi, che vada oltre trascinata dal suo stesso movimento. Inoltre è come la luce del sole che scalda e illumina tutti senza distinzioni, è come una sorgente d’acqua a cui tutti possono attingere: non è lui che decide a chi dare e a chi no, perché si arrogherebbe un diritto che non gli appartiene, sarebbe contro lo scorrere naturale delle cose.

Se il cuore di chi si avvicina è gia pieno di sé non sarà in grado di prendere niente. È una responsabilità di decisione che non gli attiene, saranno gli eventi che decideranno, lui deve essere solo disponibile a dare. Bisogna sempre ricordarsi che è l’allievo a scegliere il maestro non il contrario, è lui che si rende disponibile, che si apre, che porge il suo bicchiere perché sia riempito, che ponendosi nella giusta posizione permette all’acqua della conoscenza del maestro di scorrere.

Ecco il segreto per ricevere: essere vuoti e mettersi nella giusta posizione.

Giusta posizione che alcuni pseudo maestri occidentali, approfittando dell’apertura di credito che l’allievo fa nei confronti della sua figura, spesso mitizzata, hanno inteso come subalternità, come sottomissione. Nella trasmissione non c’è sottomissione, ma solo differenti posizioni, definite dai ruoli stessi, che permettono all’insegnamento di scorrere naturalmente dall’alto verso il basso e da lì, in una sequenza di livelli degradanti, fino al grande mare della conoscenza, da dove naturalmente riprenderà il ciclo circolare di evaporazione/condensazione, perché non esiste maestro che nel suo nutrire non sia a sua volta nutrito, nel suo dare non prenda.

Se non da la sua acqua ristagnerà, se non si vuota non potrà a sua volta riempirsi. Ecco perché un vero maestro non può non dare. Ecco perché, un allievo che incontra un maestro che non da non deve darsene pena, anzi lo deve ringraziare, perché la sua acqua è acqua morta e potrebbe inquinarlo. Alla stessa maniera un maestro non si deve preoccupare se l’allievo merita o non merita il suo insegnamento, gli dia pure da bere, anche abbondantemente, tanto se questi non è adatto o pronto, l’acqua bevuta non sarà metabolizzata, ma naturalmente espulsa.

 

 

4) Il Gesto di Potere

 

Alcuni dei maestri di altre discipline marziali (dal karate al judo passando per l’aikido per arrivare al wing tzung) che hanno studiato o studiano con la scuola Nei Dan gli aspetti interni dell’arte marziale trovano che il metodo di lavoro interno (Nei Gong) da me insegnato per lo sviluppo delle principali qualità marziali (uso della mente, potere del corpo, forza ed energia interna, forza esplosiva) sia rigorosamente ben strutturato, modulare e funzionale in grado di portare il praticante, passo dopo passo, a acquisire nella maniera più corretta possibile le qualità fondamentali di base necessarie a una corretta pratica indipendentemente dall’arte marziale praticata; altri lo trovano, al contrario, destrutturato, libero e creativo; altri ancora, pur ottenendo anche loro gli stessi risultati positivi, lo trovano estremamente fluido, non finalizzato a nessuno risultato concreto, e per certi versi caotico e senza un ordine preciso. Chi ha ragione? Tutti e nessuno. Vediamo di argomentare questo apparente paradosso e spiegare la strana alchimia che fa funzionare la stessa cosa per discipline diverse, per persone diverse, con esigenze diverse.

Prima cosa fondamentale da chiarire è che il metodo Nei Dan non è funzionale in maniera specifica a questa o a quella disciplina marziale in particolare, e non ha lo scopo di sviluppare questa o quella particolare tecnica. Ma piuttosto ha lo scopo di attivare abilità, di sviluppare potenzialità latenti, di far uscire fuori forze ed energie di cui naturalmente disponiamo, e di cui ogni praticante ha bisogno, ripeto, indipendentemente dall’arte marziale praticata. Si lavora a quello che possiamo definire livello fondamentale o primo livello dell’arte marziale: il livello istintivo e spontaneo.

Questo vuol dire che non devi forzare il tuo corpo per realizzare l’arte, ma è l’arte che realizza il tuo corpo, né sviluppa il potere, la forza e l’intelligenza. Ecco perché le arti interne, da cui il metodo proviene, sono fatte di poche tecniche, ma di molti principi. Il più importante è l’agire spontaneo.

Agire spontaneo che non va confuso col fare liberamente come meglio mi piace, di interpretare liberamente ciò che non capisco, di adattare l’arte alla mia ignoranza, ma creare le condizioni che quello che cerchiamo, quello di cui abbiamo bisogno si realizzi spontaneamente: l’arte si adatta solo alla vera conoscenza ed a una reale esperienza vissute nella pratica, non al pressappochismo e all’improvvisazione dell’inesperienza.

La libertà dell’agire spontaneo è nella realtà dei fatti una libertà condizionata, condizionata al flusso naturale dell’arte.

Flusso che ha lo scopo di sviluppare l’agire spontaneo di un corpo consapevole in grado di esprimere in ogni suo gesto non solo forza, velocità e potenza fisica ma, cosa fondamentale, potere interno, in grado di trascendere la dimensione fisica, in grado di incidere, plasmare e trasformare la dimensione marziale, per arrivare all’agire dello spirito, dove il corpo, preparato con gli opportuni allenamenti di nei gong, si conforma all’agire spontaneo della mente, che non più vincolata dai normali parametri logico-razionali è in grado di attivare le nostre potenzialità latenti, così che l’azione possa fluire come l’acqua che si adatta al terreno dove scorre senza mai perdere la sua coesione interna, senza mutare la sua natura: può spandersi fino a diventare una sottilissima pellicola che avvolge tutto delicatamente , o concentrarsi talmente da bucare anche il più duro dei materiali, può diventare vapore, liquido o ghiaccio.

Queste abilità non vanno assolutamente intese, e ribadisco assolutamente, come semplici metafore evocative con poca o nessuna attinenza con la realtà della pratica, è un errore che commettono in molti ecco perché, nonostante gli sforzi profusi, la maggior parte dei praticanti resta fuori dalla porta, ma come delle vere e reali, e ribadisco vere e reali, abilità che si possono sviluppare.

Non appartengono al regno delle teorie di cui si sente sempre parlare, ma che nessuno realizza, ma a quello reale e concreto del fare, e in quanto tali ognuno può realizzarle. Ognuno in questo contesto non va inteso con tutti, ma col fatto che tutti potenzialmente siamo predisposti per…. Come tutti, per esempio, siamo predisposti per imparare a camminare, e volendo lo possiamo imparare talmente bene da poterlo fare con tutta tranquillità anche su un cavo sospeso nel vuoto.

Questa predisposizione per…., questa potenzialità, insita nel nostro sistema nervoso,  è in grado di operare, per nostra fortuna, indipendentemente dalla nostra volontà: impariamo anche senza volerlo fare. Però, la nostra volontà cosciente, il nostro modo di ragionare, la visione che ci facciamo delle cose, i nostri  pre-giudizi, in poche parole, la nostra mente, spesso  distorcono, alterano il suo corretto operare.

La nostra mente con la sua presunzione di sapere si frappone tra noi e l’intelligenza naturale del corpo, fra noi e il nostro sistema operativo interiore, creando divisione e contrapposizioni che bloccano l’agire spontaneo o Wu Wei.  Il nostro sistema nervoso, per esempio, non fa distinzioni tra abilità e abilità, non lavora finalizzato per sviluppare questa o quella capacità, ma è continuamente in uno stato potenziale indifferenziato come la tastiera di un pianoforte, predisposta per qualsiasi tipo di musica tu voglia suonare: jazz o classica o pop.

Lavora a quello che abbiamo definito livello fondamentale o primo livello: non gli interessa che tipo di musica vuoi suonare, non gli interessa se il gesto che stai compiendo è una tecnica di karate o di kung fu, se stai spaccando la legna con una ascia o stai calando un fendente con una katana, se stai camminando sul bordo di un marciapiedi o sul ciglio di un burrone, gli interessa farlo nella maniera più adeguata possibile agli stimoli ricevuti. Non si pre-occupa, ma si occupa dello stato e dell’equilibrio del tuo corpo, indipendentemente da quello che i tuoi occhi vedono e da quello che la tua mente sta pensando che tu stai facendo. 

 

Questi sono processi già di secondo livello, sono considerazioni del tipo:”sto camminando sul bordo di un innocuo marciapiede: non c’è pericolo. Sono sul ciglio di un burrone: pericolo”. Al contrario il nostro sistema nervoso non progetta, non fa programmazioni, non fa rappresentazioni di ciò che potrebbe accadere ma, come la tastiera del pianoforte, adatta la sua struttura continuamente alla situazione per assicurarti la sopravvivenza, per darti il giusto ritmo nell’agire.

Questa distinzione tra situazioni di primo livello (sistema nervoso) e di secondo livello (processi mentali) è fondamentale per riuscire a fare la cosa giusta, nel modo giusto e nel momento giusto. Se si confondono i processi mentali (emozioni, pensieri ecc.) con l’operare del sistema nervoso, non si capirà mai come trattare una emozione, come evitare che un pregiudizio mentale blocchi le nostre potenzialità, non si capirà mai dove esattamente intervenire, non si riuscirà mai a creare larmonia tra la volontà cosciente della mente e l’agire spontaneo dello spirito.

Il limite molto spesso è in una visione distorta e/o riduttiva delle cose è, in poche parole, nel software gestionale (i processi mentali), è nel non allineamento, non nelle capacità del sistema operativo (il sistema nervoso).

E’ questo che hanno capito sperimentalmente i maestri del passato, che hanno elaborato e messo a punto gli antichi metodi di allenamento, per bypassare l’eventuale interferenza della mente e per allinearla all’agire spontaneo dello spirito. Tutte le arti marziali in passato avevano nel loro bagaglio questi metodi, solo che quelle esterne nella loro corsa verso l’agonismo sportivo li hanno quasi completamente persi, quelle interne per loro intrinseca natura, non certo per volontà di certi praticanti, li hanno mantenuti, e in particolare, per quanto riguarda l’efficacia pratica ed immediata in combattimento, l’arte interna dello Xing Yi Quan è quella che più di tutte li ha preservati.  

 Se non si capisce questa sostanziale differenza un pugno resterà sempre un pugno, resterà imprigionato dentro gli schemi mentali di una mente velleitaria e inconcludente, e non evolverà mai in un gesto di potere, non acquisterà mai la forza selvaggia e istintiva dell’agire animale, la mano non si chiuderà mai con la stessa determinazione di un artiglio d’aquila, la tua mente, indipendentemente dalla tua bravura, sarà sempre quella di un agonista sportivo, non acquisterà mai l’istinto animale al combattimento selvaggio, non dimenticherà mai la tecnica per lasciare agire il cuore.

La tecnica è sempre il risultato di una mente che pensa, di un pensiero finalizzato: questa è una parata, questo è un attacco.

L’agire del cuore è sempre diretto e spontaneo, senza mediazioni e distinzioni di nessun genere: come il vento che può accarezzare la chioma degli alberi o sradicarli.

Però attenzione a non confondere l’agire spontaneo con gli automatismi psicofisici tipici di certe metodiche d’allenamento sportivo: sono due cose diverse. Questi ultimi sono basati sul principio stereotipato e rigido d’azione-reazione, la risposta è si veloce e rapida, ma condizionata, non è libera nel suo manifestarsi, è appunto un riflesso condizionato, una risposta coatta, è in quanto tale può avere, indifferentemente, esito positivo o negativo.

In ogni caso necessitano di attenzione continua, di una mente sempre allerta, di concentrazione e riflessi pronti. Tutte qualità certamente positive, necessarie, ma assolutamente insufficienti all’agire spontaneo, anzi, se non le si sa dosare sono più un impedimento che un aiuto. Sono solo un gradino di ingresso, ma che va superato, perché sono logoranti, utili nel ristretto spazio di un quadrato di gara dove lo stress emotivo non supera mai una determinata soglia, ma oltre non reggono la fatica, oltre ci vuole l’attenzione rilassata di un gatto che aspetta il topo, oltre ci vuole l’azione di un ragno che costruisce la sua tela senza sapere che esistono le mosche, oltre ci vuole la tensione di un arco che si tende al massimo senza sapere quanto lontano deve lanciare la freccia, oltre ci vuole una mente/freccia che non sa di bersagli da raggiungere né di centri da cogliere.

Per raggiungere l’agire spontaneo bisogna uscire dalla finalizzazione del gesto, non allenarsi per fare una parata o un attacco, per colpire più duro o essere più agili, al limite estremo non allenarsi per combattere.

Un cucciolo di tigre non si allena per combattere, non si allena per affrontare un eventuale avversario, non sa niente di tutto questo, gioca con gli altri cuccioli, non ha aspettative, non programma, non finalizza, non di meno quando combatte lo fa in maniera completa e totale.

A questo punto sorge spontaneo domandarsi: ”Come allenarsi? Come farlo direttamente, al primo livello, evitando di farsi condizionare dai nostri limitanti schemi mentali? La risposta, come insegnano centinaia e centinaia d’anni d’esperienza di intere generazioni di maestri e di praticanti, è molto semplice: l’imitazione/identificazione con l’agire animale e i fenomeni della natura.

Questa semplice risposta può, forse, far storcere il naso ad alcuni, ma i più avanzati studi delle scienze cognitive e delle neuroscienze confermano sperimentalmente le antiche intuizioni dei maestri del passato.

Per esempio, la scoperta del ruolo fondamentale svolto da particolari neuroni, che sono stati denominati neuroni specchio (mirror neurons) per il loro specifico modo di operare, non solo nell’apprendimento imitativo di qualsiasi tipo di abilità, ma anche nello sviluppo dei processi cognitivi fondamentali e ancora, che la maggior parte del nostro pensiero concettuale, contrariamente a quanto comunemente inteso, nel suo complesso è fisicamente incarnato nel corpo e nel cervello, e che l’inconscio, senza che noi ne siamo consapevoli, struttura e modella ogni nostro pensiero cosciente. Detto più semplicemente: la razionalità perde il suo ruolo di primadonna nei processi fondamentali dell’apprendimento a favore di una visione che vede tutto il corpo-mente partecipe al processo (emozioni, sensazioni, intuizioni, movimento).

Ma al di là di qualunque spiegazione scientifica, vediamo di spiegare come funziona questo tipo di apprendimento/allenamento con un esempio tratto dalla didattica dell’arte del disegno.

Se si vuole, per esempio, imparare a disegnare i volti, si usano fondamentalmente due metodiche la prima, più nota, consiste nell’insegnare all’allievo a copiare e riprodurre con più precisione possibile un volto, gli vengono insegnate le proporzioni tra le varie parti, come si disegna nei minimi dettagli un occhio, un naso, una bocca e via di seguito; la seconda, rovescia completamente questa impostazione e mira a scardinare gli schemi mentali normali, non gli si insegna a disegnare un occhio, un naso, un volto ecc., ma gli si insegna a disegnare e basta, e per ottenere questo risultato gli si fa copiare un volto completamente rovesciato.

Questo metodo ha lo scopo di insegnare a disegnare le cose staccandole dal significato emotivo/mentale che noi inconsapevolmente possiamo attribuire: imparo a tracciare dei segni su un foglio con precisione senza pensare questo è un naso, una bocca, un occhio. L’abilità di base del nostro sistema nervoso che guida la mano non sa d’occhi, nasi ecc.. Un mento non è altro che un segno su un foglio, che può diventare una scodella, una valle, e un mento rovesciato non è altro che una scodella rovesciata, un monte o qualsiasi altra cosa  che siete in grado di farlo diventare seguendo la vostra abilità creativa.

Così è per un braccio che si alza, non ci interessa perché si alza, ma ci interessa che sia fatto nella maniera più adeguata possibile  alla situazione. Così è anche per il gesto marziale, che deve avere questa adeguatezza e mutevolezza di fondo: una parata muta in un attacco, una leva diventa una proiezione, un arretramento diventa una avanzamento.

Dal punto di vista tecnico, un qualsiasi praticante dispone già dopo un paio d’anni di un numero sufficiente di tecniche per fare fronte a qualsiasi situazione, ma quello di cui difetta, e che non è quasi mai adeguatamente allenata, è la flessibilità operativa di passare senza interruzioni da una tecnica all’altra, di adattare la stessa tecnica alla mutevolezza della situazione, di lasciare agire l’istinto (il saper fare del corpo) e l’intuito (l’agire del cuore).

Questa continua mutevolezza del gesto è il segreto, è il valore aggiunto delle metodiche che vengono dalle arti marziali interne: non passo il mio tempo a studiare un numero infinito di tecniche e le loro possibili combinazioni da utilizzare nelle  infinite situazioni, ma sviluppo l’abilità al mutamento così da essere in grado di adattare la mia tecnica alla mutevolezza caotica del combattimento.

                     NON UN MUMERO INFINITO DI TECNICHE, MA UNA TECNICA INFINITA        

 

5) Al di là dell’Interno e dell’Esterno

Mentre l’onda lunga del Taiji Quan new age si sta, fortunatamente, esaurendo, un’altra onda partita dal mare delle arti marziali esterne si è messa in movimento. A mio avviso, questa ultima, sarà portatrice di nuova linfa vitale, contribuendo a tirare fuori il Taiji Quan dal pantano della visione new age, la quale se da una parte ha avuto l’enorme importanza di averlo fatto conoscere e diffondere nel mondo occidentale, dall’altra ne ha completamente stravolto la vera natura riducendolo, nella maggior parte dei casi, ad una banale profilassi contro il malessere quotidiano, una specie di psicoterapia da supermarket, buono per tutti gli usi. Però anche l’onda marziale esterna presenta dei rischi da non sottovalutare che vorrei mettere in evidenza per fare il modo che questi due mondi che sono l’aspetto yang e yin dell’universo marziale traggano il massimo l’uno dall’altro.

La prima cosa da chiarire per non creare false aspettative, e per evitare fraintendimenti e frettolose sottovalutazioni, che la maggior parte degli insegnanti di arti interne, specie quelli di Taiji Quan, se da una parte sono in grado di dare delle risposte adeguate al semplice praticane new age alla ricerca di una pratica riequilibrante a livello corporeo e psico-energetico sono, dall’altra, fortemente in disagio con chi viene dalle arti marziali esterne, perché non né conoscono le esigenze e hanno conoscenza parziale dell’universo taiji.

Alcuni possono insegnare lentezza e morbidezza, allineamento strutturale  e tecniche energetiche, ma pochi sanno andare oltre l’aspetto yin, ancora meno quelli che conoscono la parte yang, che sanno coniugare la morbidezza con la durezza, la lentezza con la velocità, l’elasticità con la potenza. Queste sono condizioni minime necessarie ma assolutamente insufficienti per una vera pratica interna marziale, con la lentezza e la morbidezza, e neanche con il Dantian pieno di Qi, si parano i pugni, bisogna fare degli allenamenti appropriati per imparare, per esempio, a trasformare la forza fisica in forza interna attraverso l’uso cosciente dell’intenzione della mente (Yi), a far scaturire la velocità dalla lentezza, il duro dal morbido. Allenamenti che investono il praticante totalmente, che paradossalmente non riguardano la tecnica specifica della propria arte marziale, ma l’uso del corpo, della mente e delle proprie potenzialità interne.

Quindi il problema non è se pratichi interno o esterno, questo è un falso problema, il vero discrimine è se sai o no usare le tue potenzialità in senso totale, se sai attingere ai poteri nascosti del corpo e della mente, se sai usare la tua energia interna.

Infatti a livello tecnico non esistono reali differenze di contenuto tra le arti marziali interne e le arti marziali esterne, i nomi sono solo etichette che dicono poco o niente sulla realtà del percorso che si sta seguendo.

All’inizio tutti i percorsi sono esterni, ma quando sei al centro del cerchio, non fa nessuna differenza da quale punto della circonferenza sei partito e quale raggio/via hai percorso per arrivarci. La scompaiono le differenze, non esistono arti interne ed arti esterne, esiste solo l’arte marziale, esistono solo uomini che praticano, sono loro che sono interni o esterni: ci sono ottimi karateka o judoka che sono più interni di molti maestri di Taiji Quan.

Se da una parte non esistono reali differenze di contenuto e di finalità tra i due sistemi, dall’altra, bisogna chiarire, che esistono differenze metodologiche e di approccio di cui purtroppo la maggior parte dei praticanti e maestri di arti esterne che si avvicina alle arti interne pensa di potere fare a

meno, purtroppo non è così, spesso l’esperienza e le abilità accumulate nel corso degli anni, se non opportunamente utilizzate, possono essere più un impedimento che un vantaggio, perché i due mondi sono si vicini, ma sono come lo spazio e l’antispazio, la fisica classica newtoniana e la fisica subatomica: le leggi di uno sono l’esatto opposto dell’altro.

Per questo non è facile per chi viene dall’arti esterne mettere da parte velocità e potenza generata dalla forza muscolare e affidarsi al potere dell’energia interna, convincersi che la morbidezza che si sviluppa da un corpo armonizzato è superiore alla durezza, anche perché i risultati non sono immediati e riscontrabili in tempo reale, ci vuole in un certo senso la pazienza del contadino che per mesi e mesi non sa se il seme piantato sta germogliando o è morto, bisogna imparare ad investire in perdita, non agire ma trasformarsi, imparare a sentirsi, a sviluppare una sensibilità corporea che permetta di percepire che esistono altri modi di allenarsi, altri poteri da attivare, altre energie da scoprire che non logorano il corpo, anzi lo portano a un livello di vitalità superiore dove potenza ed elasticità, velocità e lentezza, corpo e mente si coniugano in armonia.

Lo so non è semplice, così è stato anche per me, quando venticinque anni fa comincia a praticare Taiji Quan, provenendo dal Karate. All’epoca ero già terzo dan, e le difficoltà incontrate sono state veramente tante, anche perché  all’inizio mi ostinavo a cercare la soluzione nella tecnica poi, a mie spese, capii che dovevo cambiare l’uso che facevo del mio corpo, il modo come generavo potenza stressando, logorando e indurendo i miei muscoli sempre di più nella vana, quanto effimera, ricerca di un’efficacia che mi sfuggiva via giorno dopo giorno.

Se dovessi oggi fare un bilancio, paragonare quello che ero e quello che sono, potrei tranquillamente affermare che la mia potenza non è assolutamente calata rispetto agli anni della gioventù, ma che è addirittura raddoppiata se non triplicata, che adesso mi muovo calmo e veloce senza sforzo, che tutti i traumi articolari e muscolari che si erano accumulati con una pratica corporea errata si sono sciolti come neve al sole. Questa per me è efficacia, se si ha questo si è a posto, se no bisogna cambiare modo di allenarsi.

Non è facile cambiare abitudini, ma d’altra parte, se non ci si spoglia del vecchio non si può indossare il nuovo, non si può fare una cosa nuova con una mentalità vecchia. Purtroppo come ci sono tanti insegnanti di Taiji Quan che non hanno nessuna esperienza marziale e hanno la presunzione di pensare di praticare un’arte superiore, ci sono tanti maestri di arti esterne che pensano che bastino pochi mesi per imparare il Taiji. Per imparare un’arte ci vogliono anni! Fuor di metafora: non ci sono sconti e facilitazioni per nessuno; puoi essere pieno di coppe e medaglie, avere più dan che un leopardo macchie sulla pelle e più cinture nere di una zebra, ma se vuoi imparare un’arte interna devi lavorare sodo, nella maniera giusta e per anni.  Fare arte interna significa non barare con sé stessi, non nascondersi dietro il proprio pugno, rimettersi in discussione giorno dopo giorno, affrontare il cambiamento, come hanno fatto e stanno facendo tanti praticanti e maestri di alto livello provenienti dal karate come dal judo, dal wing tzung come dalla muay thai. Il vero segreto degli stili interni non è nelle  tecniche e nei gesti esterni visibili che non sono diversi da tutti gli altri stili di arti marziali, ma nelle leggi che governano la struttura interna del corpo (il rapporto tra il sistema muscolare profondo e quello superficiale, tra forza centralizzata (dell’addome) e periferica (delle gambe e delle braccia), tra parte inferiore del corpo e superiore, tra posteriore e anteriore),  e nelle relazioni che le diverse componenti dell’essere umano (mente, corpo, energia) intrattengono fra di loro. Nel Taiji queste diverse componenti sono chiamate i “ Tre Poteri “:

Yi o potere della mente,

Qi o potere dell’energia,

Li o potere del corpo.

Essi sono intimamente relati, ognuno di essi si rispecchia negli altri in un bellissimo e armonico gioco ricco di emozioni. Ogni tipo di lavoro fatto su uno qualsiasi di essi avrà una risonanza sugli altri, é come in un gioco di scatole cinesi, dove ognuna ne contiene a sua volta un’altra.

 

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