Quando circa a metà degli anni Ottanta decisi di abbandonare il karate, per approfondire lo studio e la mia personale ricerca delle arti marziali con le discipline cinesi, iniziate qualche anno prima, avevo nel cuore un progetto segreto: creare una scuola aperta dove si potesse praticare non un’arte marziale, ma l’Arte Marziale; dove prima che praticanti di karate, di judo, di kung fu o di taiji si fosse artisti marziali; dove si potesse praticare nella piena coscienza che è l’arte al servizio del praticante non il contrario, che  non bisogna forzare il proprio corpo dentro gli schemi tecnici di questa o quella disciplina, se inadatti ai principi del movimento naturale, ma che bisogna fare in modo di riscoprire, con gli opportuni allenamenti, le enormi potenzialità che il corpo ha al suo interno.

Ovviamente non volevo e non cercavo un’arte sincretica tra le diverse discipline marziali una “MMA mixed martial arts” ante litteram, ma qualcosa che andasse oltre, o forse sarebbe meglio dire, che andasse indietro. Indietro nel tempo, quando le differenti scuole, insieme alle tecniche specifiche del proprio stile, tramandavano conoscenze ed esperienze comuni che permettevano ad ognuno di crescere e realizzare la propria arte marziale. Dove l‘aggettivo  possessivo “propria” non deve essere inteso come “personale”, come “un’arte marziale fai da te”, come un vestito d’Arlecchino cucito addosso prendendo a prestito diversi “scampoli marziali” dal mercatino dell’usato, ma come un’essenza distillata in anni di pratica e di ricerca delle tue abilità sia come uomo sia come artista marziale.

Conoscenze ed esperienze trasmessemi dai miei maestri cinesi, primo fra tutti il maestro Guo Ming (George)  Xu, che ho cercato di condividere con tutti attraverso i libri e gli articoli scritti, i video prodotti, e soprattutto attraverso l’insegnamento.

Insegnamento portato non come verità indiscussa, ma come esperienza vissuta nella pratica giornaliera e nel confronto diretto, franco e leale, in una messa in discussione reciproca, non tra praticanti, ma tra ciò che funziona e ciò che non funziona, tra ciò che fatto bene e fa bene, e ciò che è fatto male e fa male.

Ecco! Forse è questo “il segreto” che ha permesso alla scuola di emergere, di essere frequentata da artisti marziali d’alto livello provenienti dalle differenti arti (karate, aikido, ju jitsu, judo, wing tzung, muay  thai): non mettere mai in discussione né il praticante, né l’arte marziale, ma semmai il modo di praticarla basato più sull’atletismo e sull’uso esasperato della forza fisica, che non sulla ricerca di un’efficacia che duri nel tempo e sia rispettosa dell’anatomia e fisiologia del corpo. 

Lo scopo principale di un vero insegnamento è di far funzionare quello che si sa già fare indipendentemente da come lo si chiami, non inculcare altri “modi di fare”, è un errore molto comune di cercare la soluzione nel posto e nel modo sbagliato: anche se si cambia arte marziale, ma non il modo di usare il corpo si rifaranno gli stessi errori.

Gli errori posturali, le disarmonie muscolari se non si fanno specifici allenamenti, non si correggono da soli, anzi si amplificano; se non si cercano nuovi modi di generare la forza i muscoli si “consumano”, se il “KIme”, dopo venti o trenta anni è ancora basato sulla contrazione muscolare, perdonate se lo dico, forse si è sulla strada sbagliata perché non si è capito che KI vuol dire “energia interna”.

Quando, come ho già scritto in altri articoli, il mio shuto non funzionava, quando il mio giaku tsuki mi provocava dolori lancinanti alla schiena o al gomito, non era nel karate l’errore, ma nell’uso scorretto della forza e delle abilità del corpo e nelle metodiche di insegnamento della disciplina non rispettose della fisiologia e dell’anatomia corporea. Uso scorretto e metodiche che, ad onor del vero e senza tema di smentita, molti settimi e ottavi dan continuano a fare ed a usare, rovinandosi e facendo rovinare schiene e anche.  

Comunque, non sempre si ha la voglia e la forza di cercare delle risposte: alcuni lo fanno, altri no. Vi propongo, quindi, come piccola riflessione, la testimonianza di due artisti marziali che, pur praticando con soddisfazione e successo diverse discipline marziali, perchè dotati di un fisico potente e d’abilità di combattimento non comuni, queste risposte le hanno cercate …e penso anche trovate nel taiji quan e nelle metodiche Nei Dan.


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