Prosegue con questo articolo la serie di interviste a praticanti di varie discipline marziali che hanno avviato un profondo lavoro di trasformazione interiore traducendolo poi nella pratica. Va sottolineata l’importanza del percorso seguito per operare la trasformazione. Anzi direi che il metodo è parte integrante della trasformazione. Questa intervista riguarda un maestro di Karate, Marco Morena di Pescara, a cui lasciamo la parola per presentarsi.

 

marco-morena-1“Ho iniziato il mio viaggio nelle Arti Marziali, nel 1978 con il Karate. La prima esperienza reale con il Tai Ji Quan, invece, avvenne nel 1980 con Al Yamanouchi allievo del Maestro Grant Muradoff. Contattai il Maestro Muradoff per andare a lezione da lui a Roma, ma a quei tempi per farlo sarei dovuto scappare di casa… Continuai lo studio del Karate entrando all’inizio degli anni ‘80 nella squadra  agonistica del Ronin Kai Karate Club Silvi del Maestro Franco Palestini dove, per circa 10 anni, ho gareggiato in Kata e Kumite nel piu’ puro spirito della scuola: “ogni gara e’ buona, ogni stage vale la pena, zaino, sacco a pelo…e si parte”. La prima cosa che metteva in borsa uno di noi quando partiva militare era il Karategi.

Contemporaneamente per qualche anno ho seguito i corsi residenziali estivi di Kobudo che il Maestro Toshio Tamano svolgeva sulle alpi francesi; ma non si può fare tutto specie quando sei votato all’agonismo. Ciononostante mi interessavo attivamente a qualunque aspetto delle arti marziali cercando di partecipare ad ogni stage che mi capitasse a tiro perciò, finito il tempo dell’agonismo, l’interesse dell’aspetto spirituale/marziale delle arti marziali tornò preponderante. Percepivo ormai il mio corpo in maniera diversa: le tecniche partivano perché scattavano delle “scariche elettriche” e non più per l’attivazione di catene cinetiche muscolari. Però trovavo inconcepibile il fatto che, al contrario di tutte le storie sui grandi maestri, io non miglioravo invecchiando. Mi ero gia interessato al Tai Ji da giovane e, sapendo che lì si studiava l’uso di un certo Qi che mi sembrava molto simile alle “scosse elettriche” che usavo per lanciare le tecniche, mi misi alla ricerca di una scuola. Nel frattempo divenni anche quarto dan e istruttore FIJLKAM di Karate (1997) istruttore del metodo di autodifesa MGA e allenatore di Muay Thai per completare in un certo senso la mia preparazione tecnica. Trovai un’associazione che insegnava Tai Ji Quan e Qi Gong e praticai con loro per circa sette anni prendendo se non ricordo male anche un paio di diplomini fino a che, 4 anni fa, approdai alla Nei Dan.

Negli ultimi dieci anni insieme ai miei allievi più anziani ho sviluppato il Karate Wado Neijia. Un Karate che visto esternamente non e’ dissimile dal karate tradizionale ma in cui l’uso del corpo e’ totalmente diverso. Le tecniche sono più veloci e potenti, il corpo e’ rilassato e non vi e’ impatto fisico su articolazioni e spina dorsale. Un Karate “interno” insomma, il cui studio, senza nulla togliere all’efficacia (anzi…) non impatta sul fisico del praticante. L’insegnamento del Wado NeiJia mi ha permesso di ottenere miglioramenti incredibili soprattutto su cinture nere che avevano superato la trentina.  Per finire, oltre al Wado Neijia (su cui ho avuto molti apprezzamenti e che mi e’ stato chiesto di presentare durante l’ultimo corso regionale CSEN per la formazione di istruttori di Karate) insegno anche Tai Ji Quan e Qi Gong e rivesto il ruolo di  Responsabile Regionale CSEN per il Tai Ji Quan e il Karate Wado Ryu.”

 

Come hai conosciuto il M° Daniele e la Nei Dan e perché ad un certo punto della tua carriera marziale hai deciso di frequentare la Scuola Nei Dan?

Ho conosciuto Flavio Daniele durante la prima edizione della manifestazione di Tai Ji “Acqua Venice”. Sinceramente devo dire che non mi era piaciuto…probabilmente non lo avevo capito visto che ora studio con lui. Ho deciso di aderire alla scuola Nei Dan dopo aver lasciato l’associazione di cui facevo parte, cosa avvenuta sia per questioni tecniche che per questioni “politiche”. Io mi sono formato in una scuola che si chiama Ronin Kay Karate Club (liberamente tradotto: la scuola di karate del club dei samurai senza padrone) in cui eravamo spinti a calci ad andare a visitare altre palestre e altri maestri, per cui le logiche parrocchiali assolutamente non le digerivo.

Di Flavio mi e’ molto piaciuto il primo giorno del mio primo corso istruttori in cui disse tra le varie cose: “…e’ l’allievo che sceglie il maestro …le porte della Nei Dan sono sempre aperte a tutti sia in entrata che in uscita…

 

Quali sono le risposte che hai trovato nella Nei Dan che finora non avevi ancora ricevuto nel tuo percorso?

Per questioni di lavoro, da 10 anni la mia lingua lavorativa scritta e parlata e’ l’inglese per cui, appena Internet divenne a portata di mano iniziai a procurarmi e studiare testi in Inglese sul Tai Ji Quan ed iniziai ad intrattenere corrispondenza con praticanti ed insegnanti un po’ in tutto il mondo. Cominciai così ad applicare ciò che leggevo (non è che si impara da un libro ma con oltre vent’anni di esperienza qualcosa si riesce a distillare) rendendomi conto che in questo modo progredivo molto più velocemente ed in profondità rispetto all’insegnamento che ricevevo. Un giorno poi, praticamente di nascosto dall’associazione di Tai Ji a cui appartenevo, partecipai ad uno stage con il maestro Guo Ming Xu. Lo stage fu illuminante, mi sentii come il ragazzo di talento che da una scuola di paese approda ad una università: non solo tutte le mie intuizioni erano corrette ma c’era anche chi le aveva gia sistematizzate. Le risposte che molto faticosamente cercavo di intuire, sperimentare e verificare erano già tutte li, pronte e ordinate. L’aderire alla scuola e’ stata quindi una naturale conseguenza.

Le risposte facevano parte integrante del metodo e dell’insegnamento: “per arrivare li devi fare questo lavoro fino ad acquisire questa capacità, poi quest’altro fino a che riesci a fare questa cosa in questo modo poi…, poi…., poi…”. Cosa molto rara nel campo delle Arti Marziali Interne.

Soprattutto l’enfasi sul movimento interno, ad esempio, come usare e potenziare lo zhong ding (asse centrale di equilibrio), come usare il Qi, come usare l’intenzione (Yi)…insomma per dirla in breve, l’enfasi sul motore e non sulla carrozzeria.

 

4. Cosa rappresenta per te il metodo Nei Dan?

Il metodo Nei Dan e’ molto simile, se non uguale, al metodo che personalmente uso per il Karate. Non viene spacciato per buono niente che non possa essere immediatamente e inconfutabilmente dimostrato. I risultati vengono ottenuti seguendo un percorso reale, pragmatico, verificabile. Gli esercizi di Nei Gong sviluppati dalla Nei Dan sono un contributo enorme che la scuola ha messo a disposizione della intera comunità marziale. Un grande pregio della scuola è la sua onestà intellettuale, ad ogni domanda c’e’ un risposta congrua: cosa c’e che non va, da cosa dipende, la cura, la verifica.

In effetti secondo me ciò non fa altro che rispecchiare la personalità sia di Flavio Daniele che di George Xu. Da quando ho iniziato a frequentare la scuola Nei Dan posso dire che ho visto i maestri migliorare ad ogni incontro, e soprattutto, li ho sempre visti entusiasti e generosi nel dare insegnamenti; mai avari in tal senso. L’opinione personale che ho sia di George che di Flavio (al di la del loro valore come maestri) è quella di due grandi appassionati sempre alla ricerca di qualcuno più bravo di loro da cui imparare e da far conoscere ai propri allievi. Questo penso sia il pregio più grande della scuola.

 

Quali sono stati i cambiamenti più significativi nella tua pratica marziale?

Francamente io mi sento sempre più “asino”, però, stando a quello che dicono i miei allievi di Karate e Tai Ji (ho allievi che studiano con me da oltre 8 anni), si direbbe che negli ultimi anni stia avendo dei miglioramenti impressionanti a vista d’occhio.

 

Cosa è cambiato e che cosa è rimasto immutato nel panorama marziale italiano in questi ultimi anni?

Personalmente ritengo che ci sia stato un notevole degrado. Non sono uno che dice “ai tempi miei…” ma la conoscenza, la dedizione e la disposizione al sacrificio e alla ricerca di oggi sono molto minori di quelli di una volta. Oggi c’e’ documentazione dappertutto, video, libro, internet, una volta no, eravamo avidi di quel poco che era possibile trovare. Nell’85, in un viaggio in Scandinavia, a Stoccolma vidi due libri di karate Wado introvabili in Italia (il libro di Tazuo Suzuki e quello di Shingo Ohgami) ad un prezzo esorbitante per me all’epoca. Li comprai! Ci si allenava sempre. Non so se oggi questo spirito da pionieri esiste ancora. Molti insegnanti sono solo portavoce di qualcosa di approssimativo che è stato loro spacciato come esatto e completo. Come risultato vengono tramandati (in buonissima fede il più delle volte) insegnamenti estremamente approssimati e superficiali. L’enorme diffusione delle più svariate arti marziali ha avuto per contro una diminuzione generale del livello di conoscenza. Assisto in continuazione a dimostrazioni in cui si presenta “la reinvenzione della ruota” come “l’ultimo ritrovato della scienza e della tecnica”.

In più ora c’e la cultura fast food (a pessimo rapporto qualità/prezzo):

“Istruttore di fit/aero/boxing/fighting…..in due o tre weekend”

“Istruttore di TaiChiPower (?… Incredibile ma vero !!! ) in due o tre weekend”

E così via. Molte persone mi hanno spesso rivolto la seguente domanda: “se vengo a lezione per tre mesi che livello raggiungo?”. Una domanda ingenuamente ridicola per un praticante di arti marziali, ma oggi come oggi, in cui un corso “lungo” dura una settimana, risulta perfettamente legittima da parte di un neofita. Ad una domanda simile rispondo sempre: “Immagina che io sia un professore di violino, in tre mesi probabilmente impareresti a chiudere l’astuccio,  a mettere la pece sull’archetto e forse a dare un’accordata di massima allo strumento. Un’arte e’ un’arte, non si diventa scultore, pittore o musicista con qualche mese di corso”.

Tra i partecipanti dei corsi Nei Dan poi (anche se non lo danno a vedere) ci sono tanti maestri di varie arti marziali che vivono l’arte come continuo studio ed evoluzione, che non hanno nessuna difficoltà a vestire i panni del principiante a dispetto delle decadi di esperienza sulle spalle.

Questo mi fa veramente sperare in una rinascita delle arti marziali nella loro più pura e pragmatica accezione, sebbene la standardizzazione necessaria all’agonismo inevitabilmente deperirà la conoscenza profonda in favore della conoscenza formale.

In Italia comincia ad esserci una tradizione di quasi cento anni di diffusione delle arti marziali e praticanti con oltre 20 anni di esperienza non sono più una rarità. Anzi, questo zoccolo duro comincia a costituire una consistente popolazione di studiosi alla continua ricerca del miglioramento, con la maturata umiltà di rimettersi in gioco senza paura che loro immagine ne soffra (hanno gia dimostrato a loro stessi e agli altri quello che andava dimostrato) e soprattutto pronti a confrontarsi e discutere in funzione della loro evoluzione e non solo dell’ultima edizione di un nuovo regolamento agonistico.

 

Nell’agosto 2005 c’è stato il decennale della scuola Nei Dan; secondo te quale è stato il contributo della Nei Dan nel mondo marziale italiano?

Il metodo, assolutamente e definitivamente il metodo, e l’onesta’ intellettuale dell’insegnamento.

 

Per ognuno di noi la trasformazione ha un significato diverso; cosa rappresenta per te la trasformazione anche al di là del significato strettamente marziale?

Pur rischiando di essere banale, la trasformazione e’ per me il superamento del dualismo mente/corpo questo e’ infatti lo scopo della mia ricerca e del Wado Neijia. Cosa non facile per noi  occidentali dal momento che partiamo da una millenaria concezione antropocentrica dell’universo.

Un concetto così grande e’ però al tempo stesso troppo complesso e troppo semplice per essere semplicemente spiegato, per cui preferisco dare delle immagini di ciò che per me rappresenta la trasformazione. Immagini che, proprio per il loro potente valore simbolico, possono arrivare al profondo della coscienza dove qualunque spiegazione dialettica non potrebbe mai arrivare.

Tra le varie immagini e parole, queste sono le più frequenti che uso per cercare di dare un’idea della strada che percorro:

L’intenzione che fluisce nell’azione,

Il tornare a vedere il mondo con gli occhi di un bambino,

Il vedere le cose come se fosse sempre la prima volta,

Il sentire l’odore della pioggia,

Il guardare il mare e respirarne l’odore con la pelle

Il volare insieme al vento che soffia sul viso,

Il cuore come l’acqua,

Ma soprattutto:

“Tornare in risonanza con la vibrazione primordiale.”

 

Ringraziamo Marco Morena che con la sua testimonianza ci ha consentito di approfondire ulteriormente la conoscenza della galassia marziale. In questa intervista come in quella precedente non si parla di “verità” ma di “autenticità”; non di “valore” per le posizioni acquisite ma di “essenza” per le esperienze vissute. La trasformazione non è soltanto “una” via, ma è “la” Via al di là del suo campo di applicazione sia esso marziale o semplicemente riguardante ogni aspetto della vita. L’autenticità della trasformazione vuol dire essere realmente disposti al continuo mutamento attraverso il duro lavoro, la costanza, la dedizione ad un’arte per la propria e altrui crescita.

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