Arti d’Oriente novembre /dicembre

Oriente e Occidente: Leonardo incontra Lao Tze

Di Flavio Daniele

“I have a dream”, diceva Martin Luther King, anche io come lui ho avuto un sogno, fin da quando diciottenne ho cominciato la pratica delle arti marziali e discipline orientali: trovare una visione unificante  tra Oriente e Occidente, scienza e metafisica, arti marziali e sviluppo interiore. Sogno che cominciò a prendere corpo quando, poco più che adolescente, trovai nello studio di mio padre tre piccoli libri che hanno segnato la mia vita: uno sullo Yoga indiano, uno sul Ju Jitsu giapponese e uno sull’Alchimia occidentale. Sogno che ho cercato di realizzare con tenacia giorno dopo giorno scrivendo innumerevoli articoli sulle più importanti riviste italiane ed estere, cinque libri e, cosa fondamentale, diffondendo questo modo di essere e di praticare con oltre trent’anni di insegnamento. E proprio in occasione della presentazione del mio ultimo libro (Scienza – Tao e Arte del Combattere), edito dalla Luni, a Firenze, organizzato dall’ associazione “Nuovo Orizzonte” del M° Massimo Mori nel gennaio 2006, presso il famoso caffé letterario “Le Giubbe Rosse”, che ha preso corpo l’idea di organizzare un gruppo di studio per portare avanti un progetto ambizioso: unire in un’unica visione la scienza della materia e la scienza dello spirito, dimostrare che le più avanzate ricerche scientifiche delle neuroscienze e delle scienze cognitive confermano quello che gli antichi maestri orientali avevano scoperto sperimentalmente.

 

IL PRIMO CONVEGNO

La scienza occidentale e la sapienza orientale, un intreccio dalle infinite implicazioni e dai molti quesiti: come divulgare le antiche scienze orientali? Qual è la giusta interazione dinamica tra intuizione spirituale e analisi scientifica? Come cuore e cervello, mente e corpo si costruiscono insieme? Con quale criterio definire questo nuovo approccio? Qual è la percezione di tutto questo?

La scienza moderna, che ha preso avvio nei primi decenni del secolo scorso dalle scoperte della fisica subatomica, ha aperto la strada ad una visione della realtà che possiamo definire olistica in quanto considera l’universo come un insieme integrato, in cui tutte le parti ed i fenomeni non sono separati, ma intimamente interconnessi ed interdipendenti. Questa nuova visione, molto simile a quella di tutte le grandi tradizioni antiche, se opportunamente interpretata e integrata con le antiche scienze orientali del controllo della mente e delle arti del corpo (Taiji Quan, Qi Gong, Yoga) può avere una grande utilità per la vita di tutti e sviluppare una nuova coscienza ecologica non più antropocentrica, ma ecocentrica; cioè non basata sull’uomo utilizzatore incontrastato e assoluto, ma sulla Natura e sul rapporto dinamico e di interdipendenza di tutti i fenomeni e di tutti gli esseri viventi e non.

 

Dopo millenni di contrapposizione dualistica tra mente e corpo, spirito e materia, si sta finalmente prendendo coscienza che l’Uomo non è ‘a una dimensione’ , ma ‘a molte dimensioni’, è un ologramma vivente, dove ogni dimensione (fisica, mentale, emozionale, spirituale) riflette tutte le altre. Dove cuore e cervello sono frutto dello stesso seme, dove mente e corpo, inscindibilmente connessi a tutti i livelli, si costruiscono insieme.

Da queste premesse il 24 giugno 2006 si è tenuto a Bologna un convegno internazionale tra la scienza occidentale e la sapienza orientale, in cui Leonardo, “icona” della scienza occidentale ha incontrato Lao Tze, “icona” del sapiente orientale, in cui la fisica ha incontrato la meta-fisica. Il convegno, attraverso le testimonianze di scienziati e uomini di cultura, ha voluto fornire un contributo determinante per la creazione di un nuovo paradigma della scienza moderna.

 

Organizzato dalla Nei Dan School, scuola europea di Taiji Quan, e dal Centro Studi “TaoandScience”, con il patrocinio della Provincia di Bologna e la partnership di ASI (Alleanza Sportiva Italiana) e Luni Editricee con la partecipazione di:

NIB (Laboratorio di Biologia Molecolare e Bioingegneria delle Cellule Staminali dell’Istituto Nazionale di Biostrutture e Biosistemi presso l’Istituto di Cardiologia dell’Ospedale Sant’Orsola – Malpighi – bologna)

WACIMA (Worldwide Association Chinese Internal Martial Arts)

ARTI D’ORIENTE (Bimestrale di cultura e tradizioni orientali)

NUOVO ORIZZONTE (Scuola di Taiji Quan – Firenze)

SAMURAI (Mensile sulle Arti Marziali)

PINUS (Primo Istituto Nazionale Unificazione Strategie Mediche)

 

Il Convegno si è articolato in due sezioni: una raccolta delle testimonianze di percorsi dove la scienza incontra la metafisica per far sì che nasca un nuovo linguaggio fatto di immagini e movimento e una tavola rotonda per capire come il Taiji Quan, le arti del movimento e la meditazione possano incontrare prolificamente le scienze cognitive e le neuroscienze.

 

Sono intervenuti al Convegno “Tao e Scienza”:

Professor Edwin L. Cooper (Professore del laboratorio di Neuroimmunologia Comparata dell’Università di Los Angeles – California; Dipartimento di Neurobiologia David Geffen della Scuola di Medicina dell’ Università di Los Angeles)

Professore James K. Gimzewski (Università di Los Angeles – UCLA; Dipartimento di Chimica e Biochimica dell’Università di Los Angeles – UCLA  Direttore del Laboratorio “Pico Lab” all’UCLA) – attraverso una relazione-presentazione fatta dal prof Ventura

Professore Carlo Ventura (Professore Ordinario di Biologia Molecolare della Facoltà di Medicina Università di Bologna – Direttore del Laboratorio di Biologia Molecolare e Bioingegneria delle Cellule Staminali dell’Istituto Nazionale di Biostrutture e Biosistemi presso l’Istituto di Cardiologia dell’Ospedale Sant’Orsola Malpighi – Bologna)

Professore Carmelo Di Stefano (Docente di Teoria Didattica dell’Attività Motoria e Sportiva Adattata – Facoltà di Scienze Motorie – Università di Bologna)

Professore Angelo Marzollo (Professore ordinario di Teoria dei Sistemi, Facoltà di Scienze dell’Università di Udine – Vice segretario Generale dell’International Centre for Mechanical Sciences – ex-responsabile per la Matematica e ora consulente UNESCO)

Professore Aldo Stella (Docente di Psicologia Medica dell’Università di Urbino- docente di Psicologia dei Processi Cognitivi dell’Università per Stranieri di Perugia)

Professore Giovanni Sambin (Professore ordinario di Logica Matematica dell’Università di Padova)

Andrea Pezzi (Presentatore e autore televisivo)

Dottor Matteo Luteriani (Editore, Giornalista e Maestro di Arti Marziali)

Dottor Massimo  Mori  (Medico, Poeta e Maestro di Taiji Quan)

Ingegnere Flavio Daniele (Scrittore e Maestro di Taiji Quan)

 

Il Convegno ha visto la partecipazione di un pubblico interessato e attento con una forte presenza di persone con all’attivo diversi anni di pratica non solo nel taiji quan e nello yoga ma anche in diverse arti marziali. Le qualifiche professionali dei relatori hanno portato il convegno ad un livello molto alto e inusuale. Seduti allo stesso tavolo a parlare di taiji quan, del suo essere a cavallo tra la scienza e la sapienza, di nanotecnologie, di Tao, di energia interna, di Husserl, dell’influsso della televisione e delle poesia sul Taiji quan, vi erano professori di logica matematica, biologi molecolari, neurobiologi, chimici, professori di teorie di sistemi, poeti, scrittori e giornalisti molti di essi anche maestri di taiji. Tutti i relatori, accomunati dalla conoscenza delle discipline orientali, dopo decenni di pratica hanno riscontrato delle somiglianze strutturali, analogie con quanto studiavano per le loro professioni. Volontà del convegno era porsi come punto di partenza per la realizzazione di una rete di studiosi, medici e scienziati che indagheranno le interazioni dinamiche tra intuizione spirituale e analisi scientifica per arrivare alla creazione di un nuovo paradigma della scienza moderna.  

Gli spunti sono stati a mio avviso molti e interessanti, le relazioni dei convegnisti talmente dettagliate ed esaurienti, che sarebbe per me impossibile riportarne un resoconto esaustivo, per cui mi limiterò a una breve sintesi.

 

Il Prof Carlo Ventura ha detto: “ […] negli ultimi anni, la stessa ricerca scientifica ha riscoperto una visione olistica (d’insieme) dell’uomo e della natura. La stessa medicina si sta orientando verso la comprensione di una “persona malata” piuttosto che di patologie staccate.

[…] Questo approccio olistico è stato il risultato di un recupero del valore dell’intuizione come unica possibilità di comprensione immediata di insiemi complessi. Quando ci si cimenta con fenomeni mai studiati in precedenza e non inquadrabili in schemi conoscitivi già stabiliti, l’intuizione diventa l’unica chiave interpretativa potenzialmente in grado di condurre a nuove conoscenze.

[…] Appare dunque evidente come la cultura scientifica occidentale abbia finito per recuperare una visione della natura da sempre connaturata con un approccio olistico tipico di molte scienze mediche e filosofie orientali. Nella tradizione occidentale, il ricorso all’intuizione per cogliere la realtà è stato reso più difficile dal fatto che questo implica l’abbandono di due strumenti strettamente connaturati con un sapere “scientifico intellettuale”: la concettualizzazione e il linguaggio. Tuttavia, affiora la consapevolezza che tali strumenti siano stati erroneamente ritenuti condizioni necessarie e sufficienti della conoscenza”.

 

Il prof Edwin Cooper ha messo in risalto come le diverse medicine alternative integrate possano essere utili per recuperare quella visione olistica del malato che una eccessiva specializzazione ha fatto smarrire alla moderna medicina occidentale ed ha illustrato il lavoro svolto in questa direzione in questi anni dalla rivista e-Cam.

 

E il Dott. Massimo Mori, da parte sua, ha affrontato la correlazione tra espressione linguistica, pensiero filosofico e formulazione scientifica: “[…] In questo contesto che riguarda la scienza, ma anche un nuovo paradigma artistico tra immagini, suoni e movimento, mi esprimo prevalentemente nell’ambito della poesia cosiddetta “intermediale” o “in azione”, che pratico a livello internazionale.

Il percorso della poesia pone l’esigenza di chiarire la correlazione tra espressione linguistica, pensiero filosofico e formulazione scientifica; questione che si ripresenta come caratteristica generale della linguistica e della filosofia del ‘900.

[…] In questa correlazione tra espressione linguistica e pensiero filosofico, l’aforisma come breve massima che racchiude una riflessione etica o un ideale di saggezza, così come l’epifonema, il proverbio o la gnome, ha una lunga tradizione orientale, come negli “Aforismi sullo Yoga” di Pantanjali, ma anche occidentale come negli “Aforismi sulla saggezza del vivere” di Atrhur Schopenhauer. È d’obbligo il riferimento al componimento Haiku, strettamente legato alla natura e al paesaggio. L’aforisma, scriveva Herman Esse, l’autore di “Siddartha”, è una gemma preziosa. Ora mi riferisco estensivamente all’aforisma come forma di espressione maggiormente rappresentativa del linguaggio poetico.

[…] L’arco di tempo e di eventi che qui interessa parte dagli anni ’60, quando il sogno della creatività al potere si destava tra ottuse resistenze ed il rumore di una “rivolta culturale” di interi segmenti giovanili. Il colore di quel periodo virava dal vermiglio degli anni ’60 al grigio degli anni di piombo. Malessere, sgomento e crisi d’identità; sotto questi segni si aprivano due antologie di riferimento della produzione poetica, rispettivamente di Antonio Porta e di Giuseppe Zagarrio che, più esplicitamente del primo, formulava nel titolo la diagnosi di “Febbre, furore e fiele”; ma anche quella di Porta, in copertina, riportava l’immagine di un foglio dattiloscritto punteggiato da fori di proiettile.

Le poetiche che andavamo cercando per uscire da quella situazione erano altre, anche se le nostre radici erano ben infisse nelle stesse speranze degli anni ’60. Sono gli anni in cui il poeta Adriano Spatola abbandona Roma e torna in Emilia a percuotere col microfono sul ventre, il Tam Tam della poesia totale. Era la potenzialità della poesia, come della scienza e della filosofia, di affermare che se l’immaginazione non aveva conquistato il potere, il potere dell’immaginazione affermava però il suo primato.

Ciò si affermava in opere come “Satura” di Eugenio Montale, di “Transumanar e organizzar” di Pier Paolo Pasolini, di “Su fondamenta invisibili” di Luzi ecc. Ma anche nel versante della sperimentazione poetica e metapoetica si affermava la irriducibilità di una pratica creativa espressa, negli stessi anni, da Edoardo Sanguineti, Antonio Porta, Elio Paglierini ed altri.

Nella dimensione che qui si propone, le contrapposizioni tra tradizione e avanguardia nella produzione poetica, sono superate. Dopo Stephane Mallarmè ed Ezra Pound che traduceva Confucio, dopo le avanguardie le neoavanguardie e le postavanguardie, dopo tutti gli ismi del ‘900 occidentale, anche nell’espressione artistica nello specifico poetica, si va affermando l’Arte totale, o Poesia Totale, non come corrente di moda, ma come Tai Ji della Poesia Totale, dove arte e vita sono inscindibilmente connesse.

Quella della poesia è una cometa la cui scia ha attraversato la poesia visiva e sonora, la gestualità, il movimento e la performance, dove il Tai Ji Quan rivela anche la sua valenza di grande poema gestuale.

I percorsi artistici occidentali verso oriente, nella musica, nella poesia, nelle arti figurative, sono stati molteplici.

Non posso qui non ricordare gli anni sessanta e settanta quando ero a lezione da Luciano Anceschi e della sua “autonomia ed eteronomia dell’arte”, quando usciva “Verso la Poesia Totale” di Adriano Spatola, con tutto il dibattito che attraversava le tematiche politiche e poetiche del ’68, e dove già affermavamo che la verifica e il valore di una politica, di una gestione della polis, dipendeva direttamente dalla poetica alla quale essa stessa si aspirava e tendeva. Quando la grande poetessa Giulia Niccolai, dalle stesse radici emiliane, si avviava verso il Buddhismo Zen.

Ecco, per inciso, che il nuovo paradigma al quale allude Flavio Daniele nell’intendimento del Convegno tra Scienza e Sapienza, ha nel Tai Ji della Poesia Totale la sua valenza artistica.

Il percorso verso questo modello negli ultimi decenni del secondo ‘900 doveva affrontare, anche con lavori di demolizione (si sarebbe detto di decostruzione) il sistema della concettualizzazione e del linguaggio. Sistemi già richiamati da Carlo Ventura per segnare i limiti di un sapere intellettualistico-scientifico ed aggiungo anche di un sapere intellettualistico-letterario.

Limiti che sono stati abbattuti ed effratti da varie prove poetiche ed artistiche. L’Ulisse di James Joyce, il Futurismo, l’onomalingua di Fortunato Depero, il grado zero della scrittura, la musica del silenzio di John Cage, il teatro di Samuel Beckett e di Eugene Ionesco, l’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità di Walter Benjamin, la poesia concreta brasiliana di Haroldo De Campos, il viaggio al termine della parola di Renato Barilli, la parabola “on the road” della beat generation ecc. Così da questi e molti altri percorsi di poesia, che hanno lontane radici anche nei ‘poeti maledetti’, perché la terra della verità come Jiddu Krishnamurti insegna non ha un unico sentiero, si giunge ad un orizzonte, ad un nuovo paradigma che non è consolatorio per lo stato in cui le cose si trovano, ma è indicatore di una possibilità, di una potenzialità, di un atto di potere possibile, per usare una terminologia di Daniele. Questo anche per riscattare il poeta cinese Qu Yuan autore del poema Li Sao, che annualmente viene festeggiato in Cina nel giorno in cui si avviò verso il fiume, dove scomparve, perché era preferibile abitare nello stomaco dei pesci che tra i suoi contemporanei.”

 

Il prof Giovanni Sambinha affrontato, quasi a fare da contraltare dimostrativo delle innumerevoli relazione del Tai Ji, la tematica tra il Tai Ji e la matematica costruttiva:

 

 

 

 

“[…]Non posso parlare di scienza in generale perché ognuno di noi si specializza, bene o male che sia. Mi affascinano i fondamenti della matematica e della logica, da oltre quarant’anni. Ne ho fatto il mio mestiere e non mi sono ancora annoiato.

Di saggezza orientale non so quasi nulla e questo purtroppo per mancanza di tempo, anche se mi affascina molto.[1]

Penso che il mondo stia vivendo un momento talmente difficile che ha bisogno di ogni risorsa di conoscenza per sopravvivere. Quantomeno per questo è doveroso che tutti i mezzi vengano analizzati.

La matematica riveste un ruolo molto importante nella scienza occidentale e può essere analizzata seguendo due linee ideali.

Alla prima appartiene Galileo che per primo ha affermato che le leggi della natura sono scritte nel linguaggio della matematica. Poco dopo Newton, usando lo stesso linguaggio, ha trovato le leggi della gravitazione universale e con queste ha spiegato i movimenti degli astri, e ha dato inizio alla meccanica cosiddetta classica.

Newton e Leibniz, grazie alla scoperta dell’analisi matematica o infinitesimale, hanno trovato lo strumento matematico con cui sono state fatte le più grosse scoperte, che hanno portato alla fisica come la conosciamo oggi e alle invenzioni del primo ‘800, che sono quelle che hanno determinato la rivoluzione industriale.

Con Einstein, per citare il più famoso, è arrivata la teoria della relatività, che utilizza una teoria matematica proposta dall’italiano Ricci Curbastro, di cui dobbiamo essere orgogliosi.

L’altra linea ideale parte dai Greci. Sappiamo tutti che la geometria è fatta di postulati matematici e di deduzioni logiche, il che significa importanza della logica.

La logica come fondamento o come studio dei fondamenti della matematica è tornata ad essere importantissima tra la fine dell’800 e i primi del ‘900, in un dibattito, qualche volta violento e feroce, qualche volta poco elegante, che si è concluso fra le due guerre con la vittoria di “un partito” oggi dominante: il partito della logica e matematica classica.

Questo dibattito, in un modo abbastanza preciso, ha dato luogo alla teoria e poi all’invenzione pratica dei calcolatori. I nomi più noti sono quelli di Kurt Gödel (1906-1978), grazie soprattutto ai suoi teoremi di incompletezza, del quale quest’anno ricorre il centenario dalla nascita, e di Alan Turing (1911-1952).Entrambi furono logici e studiosi dei fondamenti della matematica.

Dicevo che il dibattito sui fondamenti della matematica ha avuto come risultato la vittoria della visione classica della matematica e della logica, quella che oggi conosciamo e studiamo nelle scuole e all’università. Questo, però, ha significato un irrigidimento della fondazione della matematica. Il grande sconfitto fu il matematico olandese L.E.J. Brouwer (1881-1966), la cui visione è nota con il nome di intuizionismo o costruttivismo. Egli giustificava la sua fondazione, forse non a caso, attraverso una visione mistica della natura e della vita.

Io sono arrivato a conclusioni simili a quelle intuizioniste senza tuttavia passare attraverso il misticismo. Le mie motivazioni nascono dentro la matematica, non sono solo etiche o filosofiche, ma anche tecniche. La cosa interessante è mettere assieme le due cose, dinamicamente (o dialetticamente).

Il mio interesse per il costruttivismo nasce dal fatto che credo possa dar luogo ad una fondazione della matematica, e anche ad un modo di fare matematica nella pratica, molto più convincente di quello che oggi è dominante.

Cosa differenzia queste due visioni, quella classica da quella intuizionistica? Innanzitutto c’è da dire che le due posizioni rappresentano una semplificazione di ciò che in realtà si presenta come panorama assai più variegato di visioni possibili.

In estrema sintesi. Per fare matematica, abbiamo bisogno di astrarre e creare una sorta di simulacri dei concetti. È quello che tutti conoscono col nome di teoria degli insiemi, oggi il linguaggio più potente che abbiamo.

Nella teoria dominante di oggi, gli insiemi sono visti come un universo statico di oggetti dati ab aeterno. Noi dobbiamo solo capire come sono fatti. Ma in che modo? Con l’occhio della mente, secondo la spiegazione usuale che è platonista. Gli insiemi vivono nello stesso mondo delle idee di Platone, un mondo più reale di quello percepibile, e afferrabile solo attraverso il ragionamento.

La logica che giustifica questa visione è la logica classica, secondo cui ogni proposizione è vera oppure falsa e nulla di intermedio. Ad esempio, la doppia negazione di una proposizione coincide con la sua affermazione, che è un altro modo per definire il famoso principio del terzo escluso. In termini di interpretazione, il mondo dal punto di vista della logica classica è spaccato in due: vero e falso. È chiaro che in tal modo nessun movimento è possibile.

Questa, però, è la visione oggi dominante, quella che ha dato luogo ai grandi successi che abbiamo brevemente descritto e a tutte le applicazioni che conosciamo. Eppure, per quanto importanti possano essere i risultati a cui può condurre, credo tuttavia che il problema vero sia sviluppare una visione alternativa.

La visione della natura e del mondo che accompagna la matematica di oggi può essere (lo è stata e purtroppo lo è) pericolosa perché il ragionamento che fanno alcuni, matematici scienziati e purtroppo molti altri, sembra essere il seguente:

“Noi”, dove noi vuol dire noi occidentali, “abbiamo inventato la matematica com’è oggi (la matematica classica). La matematica è la base della nostra scienza, la nostra scienza è la base della nostra superiorità tecnologica, che è quello che ha fatto noi i padroni del mondo.

Quindi la nostra matematica, e tutto quel che segue, è la verità assoluta. Come ulteriore conseguenza, non esiste alternativa, e anzi, siamo liberi di imporla quando lo riteniamo opportuno.”

Non occorre, credo, che sottolinei la pericolosità per il mondo, in generale, di una visione simile, che secondo me non è dissimile da una delle tante visioni fondamentaliste, che danno luogo agli scontri che sperimentiamo tutti i giorni e che come sappiamo non portano ad alcuna soluzione dei problemi.

Ecco perché non credo affatto di esagerare quando dico che lo scopo della mia vita è far vedere che è possibile una fondazione diversa della matematica, che non abbia le conseguenze appena nominate. Una visione che non sia buonista o bucolica ma che permette esattamente le stesse applicazioni di prima, anzi addirittura di più, senza tuttavia poggiare su una base limitata e rigida, come quella attuale.

In particolare, vedo alcune contrapposizioni: da un lato la visione usuale, occidentale, e dall’altro non posso dire la visione orientale (oggi non c’è una via orientale alla ricerca in matematica e anche in questo c’è un appiattimento sulla visione occidentale), ma almeno una visione, la mia, che mi sembra più in sintonia con l’antica saggezza orientale.

Uno slogan tipico della scienza occidentale è “dominare la natura” perché si pensa che l’unico modo di trarre vantaggio dalla natura sia il controllo, volontà di potere, tipicamente occidentale (del resto, il superuomo non è una mia invenzione!).

Al dominio io contrappongo l’essere in armonia con la natura, e alla volontà di potenza il desiderio di conoscenza. A me non interessa dominare la natura. Perché dovrei? Che cosa ci guadagno a lungo termine? A me interessa conoscerla.

Similmente, tipica dell’occidente è la forza, quella esterna a noi, la tecnica (le macchine). Mentre sappiamo (io lo so dal Tai Ji) che la forza, quella che alla fine vince, è la forza che viene dall’interno.

Nella visione classica esiste il dualismo uno-molti.

Quello che io propongo è una visione più complessa: uno-due-molti. Sto scrivendo un libro in cui la matematica viene sviluppata attraverso una dinamica tra uno e due che genera molti risultati innovativi.

Uno strumento importante della matematica di oggi sono le dimostrazioni. Credo anch’io che lo siano, ma più importanti ancora per me sono le definizioni, che vuol dire scegliere con quali concetti sviluppare la matematica.

“Teorie le più forti possibili”, è uno slogan della teoria degli insiemi.

Io sostengo invece non tanto teorie più deboli (anche se non c’è niente di male), quanto teorie le più rispettose possibile del modo di vedere la realtà, che significa non ridurre tutto ad una sola nozione, come gli insiemi, bensì accettare la distinzione tra le varie nozioni.

Accennavo prima al fatto che sto scrivendo un libro, che sarà pubblicato da Oxford University Press, che non un editore alternativo, o minore. Questo per dire che la mia visione dà veramente luogo ad un modo diverso di fare matematica, che pure può essere compreso e quindi è una cosa che ha molte potenzialità e va sviluppata.

Ho iniziato dicendo che non so abbastanza della saggezza orientale per dare un giudizio, ma da quel minimo che conosco non credo che la saggezza orientale in quanto tale sia la soluzione a tutti i nostri guai.

Penso invece che se una soluzione c’è, la troveremo se sapremo usare il meglio di quello che c’è in circolazione, senza verità assolute o fondamentalismi, ma con tolleranza, rispetto e dialettica tra le varie visioni.”

 

Il Prof Angelo Marzollo ha invece evidenziato l’importanza di coniugare l’arte del dire con l’arte del fare, cioè che l’uomo di cultura, l’intellettuale sia testimonianza diretta delle idee da lui portate avanti, che il corpo non sia in contraddizione con la mente, che l’unione corpo-mente non resti solo un enunciato teorico.

 

Andrea Pezzi ha evidenziato le difficoltà della scienza positivista occidentale di penetrare  in profondità nella realtà del mondo e dell’Essere: “[…] Già alla fine del 1800 i più grandi fisici e scienziati del mondo si erano accorti che la scienza positivista occidentale era incapace di giungere a comprendere in profondità il principio fondante della realtà. Dalle teorie sulle Superstringhe al principio di indeterminatezza di Heisenberg diventa sempre più difficile comprendere quel “punto fermo che tutto muove” descritto in filosofia sin dai tempi di Aristotele e prima ancora da Parmenide. “L’essere è il non essere non è”, con questa sintesi icastica proprio Parmenide distingueva tra alethéia e doxa, tra verità e opinione. Oggi duemilacinquecento anni più avanti, siamo tornati indietro. Oggi il problema fondamentale di tutte le nostre scienze positiviste consiste nel fatto che, applicando il modello sperimentale il ricercatore non risulta di fatto capace di conoscere la realtà per quello che è realmente; per continuare a non voler discutere il metro, stiamo quindi negando l’evidenza dell’errore. La scienza è basata su di un criterio convenzionale che non è in grado di definire il reale della vita, perché la convenzione è stabilita da uomini che cercano, e la scelta di quel principio scientifico contiene il limite della razionalità di chi lo sceglie. E’ fondamentale riportare per questo la verità della scienza a contatto con la dimensione ontologica dell’umano.

Se per metodo scientifico si esige dei paralleli confrontabili a richiesta, allora si possono anche accettare restrizioni convenzionate, ma se per scientifico si intende il reale sperimentabile, allora il discorso epistemologico si allarga a quanto del reale è comunque percettibile. L’esempio delle peak experiences[2] ci insegna di continuo che dove l’esperienza è più acuta, l’indagine scientifica non ha senso, vale a dire che proprio dove la realtà s’impone con più verismo, la scienza è assente. Dicotomie e postulati restrittivi non aiuteranno mai l’uomo che è un intero posto nell’intero.

Un individuo deve fare infiniti sforzi per essere razionalmente legale. Però, riflettendoci, la norma degli esseri umani è fatta di situazioni non legali, non scientifiche, che non possono essere dette, altrimenti si è scambiati per matti. No c’è niente di regolare all’interno dei pensieri che ci attraversano la mente, o delle emozioni che ci sommuovono. Quando vogliamo essere regolari ci mettiamo in divisa, ci vestiamo in un certo modo, ma se in un solo attimo ci lasciamo andare, asce di tutto, tranne ciò che è considerato regolare o scientifico. Questa è esperienza costante.

Di fatto quindi la sub cultura contemporanea ha trasformato la Scienza in una serie di operazioni fini a se stesse, per cui non è più importante la verità, ma la procedura in quanto tale. Se la procedura è esatta allora quello che otteniamo è considerato vero, non è più vero ciò che è realtà. Ormai è considerato scientifico il processo di analisi o di ricerca riconosciuto o approvato dalla comunità scientifica che è legalizzata dalla autorità sociale (governo democratico). La vera scienza non esiste più e lo scienziato non è più un competente dimostrato, ma un burocrate che deve attuare ciò che il governo e la democrazia di massa decidono. Una piccola comunità di cittadini ignoranti quindi, oggi si può di fatto imporre su di un comitato scientifico. E’ l’iter che fa la scienza, è l’operazionismo legale il nuovo dogma della infallibilità, e in tutto questo nessuno osa più parlare di realtà e di bene comune.

Anche il concetto di funzionalità oggi è considerato tale solo se conforme a quanto è stabilito della legalità: non posso più mangiare il formaggio di un pastore di montagna sebbene il mio organismo sano lo riconosce come funzionale alla mia sanità e al mio piacere, perché la legge ha deciso che quel pastore produce i suoi latticini senza seguire il corretto iter previsto dalla legge. La funzionalità quindi non  significa più che la cosa svolge una funzione, in quanto ha uno allo scopo concretamente funzionale al mio organismo, ma funzionale è solo ciò che è stabilito come tale. Oggi è sostanziale il processo formale, non più la sostanza.”

 

Io, partendo da quanto scritto nel mio ultimo libro “Scienza, Tao e Arte del Combattere” edito dalla Luni, ho messo in risalto l’importanza che hanno tutte le arti del movimento, e in particolare le arti marziali specie quelle definite interne (Taiji Quan, Xing Yi Quan e Ba Gua Zhang) nella formazione dell’Essere Umano non solo da un punto di vista fisico, ma, questa è la cosa più sorprendente, da un punto di vista mentale che va oltre la semplicistica dimensione “mens sana in corpore sano” di antica memoria, per arrivare ad affermare che le arti del movimento contribuiscono in maniera determinante allo sviluppo del pensiero concettuale, alla strutturazione dell’Io e della coscienza:

 

“[…] Le più avanzate ricerche degli ultimi decenni del secolo scorso nel campo delle scienze cognitive e delle neuroscienze hanno dato luogo a una nuova teoria che rivoluziona il tradizionale concetto cartesiano di mente. Questa teoria, nota come la teoria di Santiago della cognizione, dice che la mente non può più essere vista come una cosa ma come un processo. Processo che è cognizione di cui fanno parte le percezioni, le emozioni e le azioni, il linguaggio, il pensiero concettuale e tutti gli attributi della coscienza che è propria dell’uomo.

Questa visione, perfettamente in linea con il pensiero tradizionale orientale comporta, dunque, che la mente con i suoi processi cognitivi va oltre l’aspetto razionale  perché include l’intero processo della vita.

Un’ulteriore implicazione di questa teoria che, quando sarà assorbita a livello culturale generale, ne mostrerà l’enorme potenziale, è che mente e materia non sono più viste come dimensioni separate, ma come aspetti complementari dell’unico fenomeno della vita: il processo (la mente) e la struttura (il cervello).

Mente e materia, processo e struttura sono inscindibilmente connessi a tutti i livelli della vita: dalla cellula più semplice all’organismo più complesso.

Questa connessione è talmente profonda, come dimostrano gli studi più recenti nel campo delle scienze cognitive, che si può affermare che:

il pensiero concettuale, nel suo complesso, è fisicamente incarnato nel corpo e nel cervello.

Ciò va oltre la semplice considerazione che per pensare abbiamo bisogno di un cervello, per arrivare ad affermare che:

la ragione umana non trascende il corpo, ma che è strutturalmente modulata dalla nostra fisicità ed esperienza corporea.

Un’ulteriore scoperta delle scienze cognitive, conseguente a quella che

(1°) la mente è profondamente incarnata nel corpo, e all’altra che

(2°) il pensiero è in maggior parte inconscio, è che

(3°) i concetti astratti sono in larga misura metaforici.

Al  momento le ricerche in corso non hanno chiarito in dettaglio le dinamiche neurofisiologiche che sottostanno alla formazione dei concetti astratti, comunque gli scienziati Lakoff e Johnson affermano che:

 sono gli stessi meccanismi neurali e cognitivi che ci permettono di percepire e di muoverci a creare anche le nostre strutture concettuali e i nostri modi di ragionare.

Questa affermazione che le strutture concettuali e i modi di ragionare sorgono dalle stesse strutture neurali e cognitive della percezione e del movimento,  per i praticanti di arti del movimento (taiji quan, yoga, danze sacre, gesti rituali o mudra) è di fondamentale importanza, perché dimostra e conferma il potere creativo del movimento, il quale smette il ruolo di semplice strumento al servizio della mente, per assumere quello fondamentale di modellatore delle capacità cognitive (pensiero concettuale, linguaggio, coscienza) della mente umana.

Parafrasando Maturana e Varela, si potrebbe dire:

     Il Movimento è “cognizione”, il processo della conoscenza, e si identifica con il processo stesso della vita.

 

   

IPOTESI FUTURE

I prossimi appuntamenti del Centro studi “TaoandScience” saranno in primavera 2007 a Firenze (organizzazione “Il Nuovo Orizzonte”) e in ottobre 2007 a Bologna (organizzazione Nei Dan School). Dato l’esito molto positivo del primo incontro, le nuove edizioni vorrebbero nascere come un ulteriore momento di riflessione dei molteplici spunti venuti fuori nel giugno passato e come un ulteriore sviluppo, incremento e potenziamento di  quel network di studiosi che si è formato a seguito di questo primo convegno.

Per l’edizioni del 2007 “TaoandScience ha intenzione di lavorare, all’interno di due giorni di incontri, dialoghi, performances e lezioni partecipate, in due o più luoghi della città su una tematica fondamentale: l’Oriente nell’Occidente – Il Principio Vitale e la dimensione dell’Essere – Il Campo energetico Vitale e l’Universo Olografico.

Per informazioni: e-mail: neidan@libero.it – web site: www.taichineidan.com -www.taoandscience.com

Flavio Daniele


[1] Devo la mia presenza a questo convegno al maestro Roberto Benetti che ringrazio. Da circa due anni sto cercando di imparare il Tai Ji alla sua scuola.

 

[2] Una esperienza positiva, al massimo livello di tolleranza e comprensione. Esperienza punta.

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