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Come ho conosciuto il M° Ma Hong

Bologna era particolarmente bella , quel giorno di primavera del 1996, io e il maestro George Xu ci stavamo godendo il tiepido sole primaverile e il meritato riposo, dopo la lunga serie di seminari tenuti in giro per l’Italia, seduti ai tavolini di un bar nella splendida cornice di quella piazza Grande (Maggiore) cantata da Lucio Dalla. Lui da buon cinese stava sorseggiando un tè della serie “acqua calda per lo stomaco”, io, più fortunato giocando in casa, mi stavo gustando il più classico dei prodotti italiani: un caffè nero e fumante. Col mio pessimo inglese, nell’attesa che arrivasse la mia allieva che fungeva da interprete e con l’intento di distrarlo un po’ dall'”acqua calda” che stava bevendo stoicamente, ripresi l’argomento che mi stava tanto a cuore e che avevamo lasciato sospeso il giorno prima: il suo ritorno in Italia in agosto per primo stage estivo della scuola. Dal lungo discorso che lui fece, dopo la mia domanda, riuscii ad afferrare che nonostante la cosa gli avrebbe fatto molto piacere per precedenti impegni non poteva farlo, e che quindi bisognava rimandare all’anno dopo. Capii anche, o mi sembrò di capire, che in tutto questo c’entrava il maestro Ma Hong. Dedussi quindi che probabilmente, per il mese di agosto, fosse impegnato negli Stati Uniti con lui. Un po’ deluso, perché vedevo sfumare una bellissima opportunità a cui tenevo particolarmente, lasciai cadere il discorso e cominciai a pensare a come organizzarmi per un eventuale viaggio negli Stati Uniti per potere cogliere al volo questa splendida occasione: un intero mese di pratica insieme a lui ed a uno dei migliori maestri di taiji di stile chen della Cina. Ancora preso dalle mie ponderazioni, la più grossa delle quali era come comunicare alle mie donne: la piccola Elisa, mia figlia, e mia moglie, che nel mese del “sol leone” io intendevo, con una abile operazione alchemica “farmi di nebbia” per “volare“negli “States”; non mi ero accorto che nel frattempo era arrivata l’interprete. Rasserenato dal suo arrivo, le domandai subito di chiedere al maestro tutti i dettagli della questione. Con mia somma sorpresa, dopo un paio di minuti di conversazione, la mia allieva mi disse che avevo capito i classici “fischi per fiaschi”. Era vero che il maestro Xu non poteva tornare in Agosto in Italia ma, se io l’avessi voluto, sarebbe venuto al suo posto il maestro Ma Hong. E non solo per la settimana di stage ma, se io l’avessi potuto ospitare, per tutto il mese di agosto. Oddio pensai: il mio inglese fa schifo ed è naturale che io capisca fischi per fiaschi, ma la mia studentessa non è di meno del suo maestro. Quindi, un po’ contrariato, le chiesi di ripetere le domande e di stare molto attenta all’inglese cinesizzato del maestro, perché mi sembrava quanto meno improbabile che uno dei migliori maestri di taiji chen della Cina, allievo del gran maestro Chen Zhaokui, figlio del mitico Chen Fake, potesse dedicare tutto quel tempo ad uno sconosciuto, per quanto super raccomandato, insegnante italiano di taiji. La risposta fu la stessa: il maestro Ma sarebbe potuto venire mio ospite in Italia per un mese intero e mi avrebbe introdotto nei segreti del taiji quan della famiglia Chen. In quel momento provai lo stesso stupore che avrebbe provato il profeta Maometto nel vedere la mitica montagna andare verso di lui. La domanda del maestro:” What do you think? ” Mi riporto bruscamente alla realtà e senza esitazione dissi di si, evitando volutamente di pensare a tutti i problemi organizzativi, burocratici e economici a cui sarei andato incontro. Il più grosso risultò trovare un interprete full time per un mese intero, dato che il maestro Ma parlava solo cinese. Più ci pensavo più la cosa si complicava. Scartata subito l’idea di un / una professionista per i costi proibitivi che una figura di questo genere avrebbe comportato, orientai la ricerca verso gli appassionati di arti marziali cinesi con conoscenza anche sommaria del cinese. La ricerca si rivelò più difficile del previsto: quei pochi che conoscevo direttamente chi per un motivo, chi per un altro rifiutarono. I mesi passavano, e mentre i vari problemi uno dopo l’altro si scioglievano come neve al sole, l’iceberg dell’interprete restava sulla nostra rotta e noi rischiavamo di fare la fine del Titanic. Logorato da questo problema che diventava sempre più grosso, più per istinto di conservazione che reale convinzione, decisi che era meglio applicare uno dei principi più importanti del taiji: il Wu Wei o principio dell’inazione, che tradotto in italiano diventa: fregarsene e sperare nella potenza risolutiva di quella parte anatomica dove non batte mai il sole. O se preferite un detto di più alto profilo: “la fortuna aiuta gli audaci ….. e gli incoscienti”. E così fu: Karin, la sorridente e simpatica ragazza altoatesina, appassionata di discipline orientali, studentessa dell’ultimo anno di lettere con indirizzo in lingue orientali, quasi mi ringraziò quando le proposi un mese insieme ad un famoso maestro di taiji, nonché insegnante di letteratura cinese. Quando si dice la convergenza d’interessi! Risolto anche l’ultimo problema, decisi che avrei ingannato l’attesa del maestro comodamente sdraiato sulla bianca sabbia dell’azzurro mare Ionio da cui, come recitano i nostri classici, vergine nacque Venere. L’arrivo del maestro avvenne ai primi d’agosto in una Roma arroventata come la padella delle caldarroste. Ad accoglierlo, oltre ovviamente all’immancabile Karin, c’era anche Giovanni, uno dei miei studenti che aveva accettato di condividere l’avventura mettendo a disposizione la sua palestra e partecipando attivamente all’organizzazione logistica. L’incontro all’aeroporto con il maestro fu gioviale e simpatico, e dopo un fugace passaggio in albergo, dove noi saremmo volentieri rimasti a riposarci, ” ci portò in giro ” a visitare Roma. Tornammo a sera stremati. Io, Giovanni e il maestro eravamo nella stessa camera; Karin, mia moglie e mia figlia, e si c’erano anche loro, in un’altra. Ci mettemmo a letto pregustando la lunga dormita rigenerante che avremmo fatto. Ma avevamo fatto i conti senza l’oste. E l’oste, dagli occhi a mandorla, si presentò con il conto alle 4,30 del mattino, si proprio alle 4,30. Alle cinque sul terrazzo dell’ultimo piano dell’albergo, in mezzo alle lenzuola stese, ricevemmo il primo insegnamento del maestro. Restammo a Roma tre lunghi e infernali (per la temperatura) giorni, poi partimmo per la Calabria dove si sarebbe svolto lo stage e dove c’era la mia casa natia. Durante il lungo viaggio in treno il maestro ci parlò a lungo del taiji e del suo rapporto con il maestro Chen Zhaokui raccontandoci tanti aneddoti, sul finire mi chiese in che modo volevo organizzare le lezioni con lui, io gli risposi che avrei fatto come lui credeva più opportuno. Lui, dopo un cenno di assenso con la testa, ci spiattellò il programma degli allenamenti:

 

·         sveglia alle 4,30

·         allenamento dalle 5 alle 8

·         colazione

·         allenamento dalle 9 alle 12

·         pranzo

·         allenamento dalle 15 alle 18

·         cena

·         allenamento dalle 20 alle 22

Totale 11 ore di pratica

Non si uccidono così anche i cavalli? ” Il titolo di un famoso film del 1969 di Sydney Pollack con Jane Fonda, mi tornò immediatamente alla mente. Ed infatti, nei primi tre giorni, fu quella la fine che pensai di fare. Poi pian piano, grazie ai suggerimenti del maestro, cominciai a migliorare il modo di assumere le basse posizioni del chen, così che il mio corpo cominciò a sentire meno la fatica e la mia mente a rilassarsi. La cosa, però, che più mi sorprendeva era vedere il maestro, nonostante avesse già settantadue anni, praticare anche lui tutte quelle ore senza dare il minimo segno di fatica. Capii allora le parole che il maestro George Xu, con un enigmatico sorriso, mi aveva detto: ” Se riesci a sopportare il maestro Ma per un mese, allora sarai ok “. Infatti il maestro non tralasciava niente e niente gli sfuggiva, il suo insegnamento preciso e rigoroso spaziava dagli aspetti fisici di come assumere perfettamente una posizione alla connessione interna della struttura profonda, passando per il giusto atteggiamento dello sguardo per guidare tutto il movimento con l’intenzione cosciente. Egli ci mise tutta la sua abilità didattica per trasmettermi in un mese il cuore della pratica del taiji della famiglia Chen, così come lui lo aveva appreso dal suo maestro Chen Zhaokui. Sorpreso da tanto zelo gli chiesi perché faceva questo per me. Mi diede la più semplice e chiara delle risposte: “Amo il taiji e ho trascorso la maggior parte della vita insegnandolo. Voglio essere sicuro che tu lo recepisca senza fraintendimenti e travisamenti, e che i suoi principi ti siano chiari con la mente e impressi nel corpo “. E così è stato, sono passati quasi sette anni da allora e le sue parole mi risuonano ancora nella mente. La sua perfezione stilistica è incisa nella mia carne insieme all’amore per questa meravigliosa disciplina. Grazie maestro Ma! 



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