LA DIDATTICA DEL METODO NEI DAN:
L’arte del corpo
la scienza della mente
il potere dell’energia

Insegnare la Tecnica – Trasmettere l’Arte

L’insegnamento e la trasmissione delle arti e discipline interne è una materia complessa, che coinvolge insegnante e allievo a tutti i livelli, dal cognitivo razionale all’intuitivo, dal fisico all’emozionale passando per l’energetico e lo spirituale. Ogni scuola che si rispetti deve, quindi, avere un’equipe d’insegnanti preparati in grado, attraverso una didattica intelligente e supporti didattici idonei, di curare anche questi aspetti della pratica.
La molteplicità dei fattori in gioco richiede un approccio multidimensionale che tenga conto oltre che dei quattro elementi che reggono l’insegnamento:

1° che cosa s’insegna
2° come si insegna
3° chi riceve l’insegnamento
4° chi insegna
  

anche delle relazioni che li legano.
Il cosa si insegna determina il modo (il metodo): un conto, infatti, è insegnare la Tecnica che concerne norme, regole e conoscenze specifiche di un determinato stile o disciplina, un altro è trasmettere l’Arte, che concerne principi e conoscenze generali che vanno oltre lo stile specifico che si sta insegnando, e che investono il praticante sia come uomo sia come artista che crea l’arte. Se per la prima un metodo equivale all’altro, per la seconda la questione del metodo fa la piccola/grande differenza tra Insegnamento e Trasmissione.  

Insegnamento e Trasmissione

Un’arte, qualsiasi tipo d’arte, indipendente dalle latitudini spazio-temporali, in Oriente come in Occidente, nel passato come nel presente, non s’insegna si può solo trasmettere. Al contrario della tecnica si presta poco a modellamenti e strutturazioni perché tocca livelli profondi della persona: il suo sentire, il suo modo di essere e di porsi nei confronti delle situazioni e degli eventi della vita; tocca cose di difficile definizione come le relazioni interpersonali (tra maestro e allievo e tra allievo e allievo), le emozioni, i sentimenti, in poche parole le trasformazioni dell’animo umano.
La questione non è di poco conto, per cui occorre affrontarla chiarendo, però, che la divisione tra Arte e Tecnica è artificiosa e ha solo fini esplicativi. Da un punto di vista pratico e operativo, l’una è funzionale all’altra: l’arte senza tecnica, senza gli strumenti per realizzarla, è puro concetto astratto; la tecnica senza arte diventa fine a sé stessa, senza risvolti pratici sulla marzialità gestuale come succede nelle moderna pratica che, sempre più spesso, è solo virtuosismo fisico-atletico.
Allora, come trasmettere e ricevere qualcosa che non si presta a modellamenti e strutturazioni, senza che il tutto si riduca in un arido nozionismo tecnico?
Come muoversi all’interno del quadrato alchemico costituito da: maestro, allievo, arte e metodo?
Operando una rivoluzione copernicana dell’insegnamento:
Mettendo al centro l’artista che riceve l’arte, no l’arte da trasmettere.
Questo semplice riposizionamento, rovesciando il rapporto gerarchico tra Arte e Artista, non solo cambia il rapporto maestro-allievo, ma richiede una didattica innovativa.
Didattica che riconfigurando la tecnica come Technè (arte del fare), come strumento e mezzo per realizzare l’arte, trasforma l’artista da semplice esecutore in colui che crea l’arte.

Maestro-Allievo-Didattica
  

Nel rapporto maestro-allievo secondo la visione Nei Dan, affinché l’insegnamento possa scorrere efficacemente, l’allievo si deve vuotare del suo “sapere” e il maestro, con purezza d’intenti vuota di qualsiasi forzatura, non deve imporre, ma favorire, assecondare il suo naturale processo di crescita e maturazione.
Il fenomeno è paragonabile, come amano fare i maestri cinesi, alla crescita continua delle piante. Secondo la loro visione, non si può trasmettere l’arte attraverso un’azione dirigista, ma occorre lavorare per creare le condizioni per la trasformazione, occorre favorire il processo con un condizionamento specifico e propizio, come fa il contadino con le piante che ne favorisce la crescita senza volerne determinare il corso. Egli sa che non si può aiutare una pianta a crescere più velocemente, ma solo, attraverso le sue attente cure, assecondarne lo sbocciare naturale.
L’insegnamento del maestro è come l’acqua che scorre: quando incontra un avvallamento nel terreno, finché non lo ha colmato non va oltre: non forza la comprensione, non salta le tappe, ma aspetta che naturalmente tracimi, che vada oltre trascinata dal suo stesso movimento.
Bisogna ricordarsi che è l’allievo a scegliere il maestro non il contrario, è lui che si rende disponibile, che si apre, porge il suo bicchiere perché sia riempito che, ponendosi nella giusta posizione, permette all’acqua della conoscenza di scorrere.
Ecco il segreto: essere vuoti e giusta posizione. Giusta posizione che non deve essere intesa come subalternità, come sottomissione.
Nella trasmissione non c’è sottomissione, ma solo differenti posizioni, definite dai ruoli stessi, che permettono all’insegnamento di scorrere naturalmente dal maestro all’allievo.  

LA TECNICA AL SERVIZIO DELL’ARTE, L’ARTE AL SERVIZIO DELL’ARTISTA

La didattica Nei Dan  

Seguendo questi principi la didattica Nei Dan non impone, non pretende di guidare l’evoluzione, ma
a) promuove le condizioni, crea il terreno favorevole per fare emergere tutte le potenzialità del praticante (da quelle mentali a quelle fisiche, passando per quelle marziali per arrivare alle spirituali),
b) fornisce gli strumenti per realizzare l‘arte marziale attraverso un metodo flessibile e modulare, in grado di porlo in condizioni di vivere una pratica auto-evolutiva e auto-didattica per “imparare ad imparare”.
La didattica Nei Dan, basata su due piattaforme funzionali l’una all’altra e gerarchicamente intrecciate: una sistematico-metodologica, l’altra processuale-operativa, contestualmente all’insegnamento tecnico dello stile praticato, porta avanti un lavoro generale che spiega leggi e principi che governano il corpo, la mente e l’energia vitale (Qi) e un lavoro specifico sulle qualità psicofisiche ed energetiche utili alle varie arti marziali (energia e forza interna, allineamento e connessione strutturale, radicamento e centratura, potenza ed elasticità, coscienza e spirito marziale).
Il metodo Nei Dan non è funzionale in maniera specifica a questa o a quella disciplina marziale in particolare, e non ha lo scopo di sviluppare questa o quella particolare tecnica. Ma piuttosto ha lo scopo di attivare abilità, di sviluppare potenzialità latenti, di far uscire fuori forze ed energie di cui naturalmente disponiamo, e di cui ogni praticante ha bisogno, ripeto, indipendentemente dall’arte marziale praticata. 

I principi del metodo: piattaforma sistematico-metodologica
La sequenzialità evolutiva del metodo implica che ad ogni gradino, si aprano nuove potenzialità, nuovi livelli di pratica che estendono le possibilità in maniera completamente diversa.
Sequenzialità non di tipo step by step, come quando si cammina su una superficie piana, ma come quando si sale su una scala a chiocciola che passo dopo passo porta a un livello più alto, dove la pratica diventa una successione intelligente, che guida attraverso senza forzare, ed amplia i livelli storicamente superati per poterli riutilizzare come nuovi schemi formativi in continuo sviluppo, sia sul piano semantico (conoscenza teorica) sia su quello procedurale (arte del fare).
La multidimensionalità consiste nel passare ad una visione mono-dimensionale ad una che abbraccia la multi-dimensionalità dell’essere umano. La stessa figura, lo stesso gesto che lavora, si proietta prospetticamente sui diversi piani, da quello prettamente dinamico-strutturale a quello delle energie sottili, da quello mentale e spirituale a quello prettamente marziale, e cosi di seguito in un rispecchiamento ricorsivo di gerarchie intrecciate, dove i vari aspetti della pratica si potenziano, si chiariscono e si creano l’un l’altro, realizzando quella unità di pensiero e azione che porta naturalmente al wu wei (l’agire senza intenzioni).
La polifasicità è intesa come capacità di percorrere indifferentemente i diversi livelli della pratica senza soluzione di continuità, ogni punto partecipa al miglioramento globale essendo legato interattivamente con tutti gli altri. Questo implica non solo conoscere e controllare ogni singola fase del processo d’apprendimento-esecuzione di un gesto tecnico, ma anche come, per esempio, la fase x di una tecnica d’attacco si lega alla fase y di una tecnica di difesa.
Capire come x si evolve in funzione di y e come y si ristruttura in funzione della modificazione di x da esso stesso provocata, permette di cogliere intuitivamente le innumerevoli implicazione di una pratica che, altrimenti, data la sua complessità ci sarebbe per sempre preclusa.  

La metamorfosicità richiede di lasciare morire il vecchio per fare rinascere il nuovo. Entrare dentro il metodo avvia lo stesso processo di morte-rinascita del bruco quando entra nella crisalide per uscire come farfalla. Il vecchio che bisogna lasciare morire sono tutte quelle metodiche fisico-atletiche mutuate dal modo dello sport basate sulla forza muscolare che imprigionano la mente, creando un corpo-bruco incapace di trasformarsi, di cambiare forma, di cambiare la percezione di sé stesso.  

La pratica del metodo: piattaforma processuale-operativa  

La pratica di base prevede tre diversi stadi o livelli tradizionalmente chiamati:  

Stadio Terra: lavoro sul movimento corporeo

Stadio Uomo: lavoro sulle energie sottili

Stadio Cielo: lavoro sul piano mentale e spirituale

con gradiente di difficoltà crescente rispondenti, ovviamente, ai principi metodologici descritti.
A cui corrispondono tre diverse tipologie di lavoro interno (Nei Gong) sulle leggi e i principi che governano il corpo, la mente e l’energia vitale (Qi), da cui scaturiscono, sbocciano naturalmente, come un frutto maturo, le qualità psicofisiche ed energetiche utili alle varie arti marziali (energia e forza interna, allineamento e connessione strutturale, radicamento e centratura, potenza ed elasticità, coscienza e spirito marziale).  

Stadio terra: Il Movimento Creativo

Allo stadio Terra corrisponde un lavoro sul piano del movimento fisico per capire le leggi che lo governano, leggi che una volta fatte nostre ci permetteranno di realizzare i principi del movimento naturale e spontaneo così da muoverci veloci e potenti senza sforzo:  

Accordare il corpo – Suonare il corpo


  

Se paragoniamo il nostro corpo ad uno strumento musicale, come per lo strumento esiste un momento per quello che possiamo chiamare “accordare lo strumento”, e un momento per quello che possiamo chiamare “suonare lo strumento” analogamente per il corpo si può parlare sia di un “accordare sia di un suonare il corpo” in armonia con le leggi della natura.
La base dello “accordare il corpo” é il coordinamento delle caratteristiche dinamiche e statiche nelle sue 3 componenti :

spaziali
energetiche
ritmiche
  

La base del “suonare il corpo”, cioè muoversi con grazia, armonia ed energia, sono:

l’ottimizzazione dell’uso della forza
l’agilità
la scioltezza
la coordinazione
il ritmo

Senza queste caratteristiche generali è inutile parlare d’arte marziale perché manca il terreno di coltura su cui farla crescere.  

Accordare il corpo

Accordare il corpo dal punto di vista delle componenti spaziali statiche e dinamiche:Dal punto di vista delle componenti spaziali statiche:

Allineamento strutturale

Il primo requisito è il corretto allineamento strutturale del corpo nello spazio. Il corretto allineamento strutturale comporta una statica economica e un corretto utilizzo della colonna vertebrale in armonia con la forza di gravità.

Radicamento
Il secondo è il radicamento. Senza radici non c’è stabilità. La forza della terra (la forza di gravità) è un alleato potente che bisogna sapere sfruttare a proprio vantaggio.

Centratura

Il terzo e la centratura. Dalla risultante delle due forze opposte e complementari di un corretto allineamento verticale dello scheletro e di solide radici (radicamento), si ottiene automaticamente la centratura nel baricentro del corpo (centralizzarsi nel Dantian).


Dal punto di vista delle componenti spaziali dinamiche:

I Cinque archi
Le tre chiavi di controllo

La dinamica della struttura del corpo poggia sulla interazione di quelli che i maestri di Taiji Quan chiamano
“i cinque archi”:  

2 braccia
2 gambe
1 colonna vertebrale
 

L’arco delle braccia
ha i suoi estremi nel polso e nell’articolazione della spalla con la clavicola, il gomito é il punto centrale.

L’arco delle gambe

ha i suoi estremi nell’articolazione della caviglia e nell’articolazione del femore, il ginocchio é il punto centrale.

L’arco della colonna vertebrale

ha i suoi estremi nel coccige e nella prima cervicale, l’undicesima vertebra toracica, la T 11, é il suo punto centrale. Infatti la 12° vertebra toracica segna il punto di passaggio tra la cifosi dorsale e la lordosi lombare, ad essa si innesta il muscolo ileo-psoas che partecipa ai movimenti del rachide lombare. E’ il punto di confine tra la parte superiore e la parte inferiore del corpo. Questo arco é quello su cui poggiano gli altri due.
Integrare funzionalmente l’azione di questi cinque archi, farli agire come se fossero uno, é d’importanza fondamentale sia per muoversi con grazia ed armonia, sia per esprimere potenza ed energia in qualsiasi attività, sia essa artistica, sportiva o marziale.   

I punti fondamentali d’integrazione dei cinque archi sono le Tre Chiavi di Controllo situate lungo la colonna vertebrale:
1° chiave: La settima vertebra cervicale C7, che lega insieme in tensione dinamica, l’arco vertebrale all’arco delle braccia (scapole, clavicole, braccia e mani).
2° chiave: L’osso sacro che lega insieme in tensione dinamica, l’arco vertebrale agli archi delle gambe (articolazioni coxo-femorali, gambe e piedi).
3° chiave: L’ undicesima vertebra toracica T11 (arco vertebrale), che lega insieme tutti i cinque archi.

Il loro controllo, integrando funzionalmente tutta la struttura, permette alla forza di passare agevolmente attraverso la struttura scheletrica senza sforzo muscolare.

 Accordare il corpo dal punto di vista delle componenti energetiche:
          Forza centralizzata                –                     Forza perifericaAccordare il corpo dal punto di vista delle componenti energetiche significa capire e realizzare l’armonizzazione e la giusta gerarchia funzionale tra forza che si sviluppa dal ventre (centralizzata) e quella che si sviluppa da braccia e gambe (periferica). Ciò assicura economia nello sforzo e coordinazione nel movimento.
Centratura della forza nel ventre
La centratura della forza nel ventre é la chiave di volta non solo delle arti marziali, dove é condizione essenziale che fa diventare un gesto qualsiasi in un gesto marziale, ma di tutte le discipline spirituali e artistiche. Lasciando ora da parte le differenze morfologiche tra gli individui vediamo di capire la distribuzione della forza e dell’energia nel corpo. Per fare ciò operiamo una prima distinzione fra energia periferica ed energia centralizzata.
Un uso periferico della forza determina una struttura muscolare di un certo tipo: braccia e spalle sviluppate, zona della vita stretta, quasi soffocata, ventre contratto e rigido.
Al contrario l’uso centralizzato della forza definisce una struttura ben equilibrata e armonica: il ventre é solido ma nello stesso tempo elastico e morbido, i fianchi esprimono forza con i muscoli obliqui ben sviluppati, la schiena é solida. La colonna vertebrale irradia stabilità senza rigidezza.
Un movimento guidato dal centro sarà sempre sciolto e preciso; mentre se é guidato dalla periferia avrà sempre una certa dose d’imprecisione o di contrazione.
Questo vuole dire che la muscolatura centrale é il sostegno da cui parte l’impulso energetico e le estremità hanno la funzione di dosarlo agli oggetti esterni.
Accordare il corpo Dal punto di vista delle componenti ritmiche

Ritmo e armonia del meccanismo respiratorio
Il ritmo scandisce la nostra vita. Tutto é sottoposto alla legge dell’alternanza: espansione e contrazione, yin e yang.
Tra i ritmi fisiologici quello respiratorio é senz’altro il più importante, le sue basi sono:
– Il libero gioco del ventre in armonia con il movimento del diaframma
– Il rilassamento dello sterno per permettere alle costole di prolungare l’azione del diaframma e dell’addome.

Il respiro e’ la vita, nell’accezione più ampia é il legame di connessione tra la materia e l’energia da un lato e la coscienza e la mente dall’altro.
La testa, con il sistema nervoso centrale, é il polo di coscienza del corpo umano; il ventre, con il sistema vegetativo, é il polo di forza vitale. Tra questi due poli si trovano la cassa toracica e i polmoni, sede della respirazione, del cuore e del sistema circolatorio che costituiscono il polo mediano.
Quindi il respiro come punto d’unione e di scambio tra il conscio e l’inconscio. Questa eccezionale condizione che gli é propria e il suo legame sia chimico che meccanico con la circolazione sanguigna ne fanno il grande regolatore dell’organismo e degli stati emotivi e mentali.
I maestri taoisti dicono: “L’uomo saggio respira con i talloni”
Per capire il profondo significato di questa affermazione, così apparentemente assurda, dobbiamo introdurre il concetto delle due respirazioni: la piccola respirazione e la grande respirazione

La Grande Respirazione

Vediamo in primo luogo di definire le differenze e le interdipendenze.
La piccola respirazione é quella che avviene esclusivamente nei polmoni, delimitati e protetti dalla cassa toracica, é la sede dove fisicamente penetra l’ossigeno e avvengono i relativi scambi metabolici.
L’altra, la grande respirazione, al contrario implica molto più che il volume dei polmoni e coinvolge tutto il tronco, dal naso ai muscoli anali, in un ritmo armonico, in una sinergia muscolare perfetta.
La piccola respirazione da sola sarebbe insufficiente a soddisfare le esigenze di un organismo sano ed energeticamente equilibrato. Importantissimo, in tutto il meccanismo respiratorio, é il muscolo diaframmatico che, sul piano esclusivamente meccanico, nel suo libero movimento di salita e discesa assicura, in sinergia con tutta la muscolatura addominale, un massaggio profondo e un’attivazione energetica di tutti gli organi addominali.
Questa respirazione diframmatica e addominale la possiamo così sintetizzare:
– nella fase di espirazione: contrazione attiva dei muscoli addominali e pelvici e conseguente sollevamento del diaframma rilassato
– nella fase di inspirazione: contrazione attiva del diaframma e rilassamento dei muscoli dell’addome e del diaframma pelvico.
Questa alternanza ritmata é il congegno fondamentale della respirazione. Ogni disarmonia comporta disturbi sia psicologici che fisiologici.
Questa onda respiratoria che trova il suo centro motore nel centro dell’addome é quella che come abbiamo definito Grande Respirazione.
strong>A questo punto, per capire fino in fondo, l’affermazione dei maestri taoisti: “l’uomo saggio respira con i talloni”, dobbiamo avere una visione d’insieme della struttura del nostro corpo.
Tutte le parti del nostro corpo – ossa, muscoli, organi, fino ai nervi ed ai sottilissimi vasi sanguigni – sono avvolte e compenetrate da quello che è chiamato tessuto connettivo che é un materiale semi-elastico sinteticamente chiamata fascia. Quella del cuore é detta pericardio, quella dei polmoni pleura. Lo strato più superficiale di questa fascia é costituito da una guaina avvolgente proprio sotto la pelle, che é direttamente connessa alle guaine fasciali attorno ai singoli muscoli ed agli organi interni. I muscoli sono avvolti e collegati tra di loro dal sistema della fascia che avvolge tutto il corpo.
Quindi, quando i muscoli preposti alla respirazione eseguono l’operazione di pompaggio, il sistema fasciale reagisce, e tutto il corpo, dal naso ai talloni, partecipa alla grande respirazione. E’ ovvio che non significa che un flusso effettivo d’aria arriva nei talloni, ma che respirando con consapevolezza, é possibile sentire il movimento fasciale, é possibile sentire il proprio corpo respirare all’unisono.
La grande respirazione sviluppa il senso di collegamento tra le varie parti del corpo,
e ne migliora l’immagine propriocettiva.
Per capire come avviene questo processo, é utile paragonare l’azione svolta dalla respirazione e dal qi a quella svolta dall’aria in un pneumatico, essa riempiendolo ne aumenta la pressione in modo tale da sostenere tutto il peso dell’auto. La stessa cosa avviene nel nostro organismo, infatti quando ci sottoponiamo ad uno sforzo, come per esempio quando solleviamo un peso da terra, il nostro sistema nervoso opera una manovra di compensazione della pressione interna che viene chiamata “manovra di Valsalva”. Questa manovra automatica, che ci permette di compiere determinati sforzi senza che gli enormi carichi che gravano su i dischi intervertebrali provochino dei danni, é uno dei principi fisici di base per spingere il qi nel corpo e dirigerlo dove é necessario.

La manovra di Valsalva

E’ noto, che nel momento in cui ci sottoponiamo a uno sforzo di sollevamento si ha automaticamente e istintivamente uno sforzo addominale, che è denominato manovra di Valsalva. Con questa manovra avviene la chiusura automatica della glottide e di tutti gli orifizi addominali, la contrazione dei muscoli respiratori e addominali, trasformando cosi la cavità addomino-toracica in una cavità chiusa. In tal modo la pressione interna aumenta considerevolmente e la trasforma in una “colonna rigida” situata davanti al rachide, in grado di trasmettere e distribuire gli sforzi sulla cintura pelvica e sul perineo.
La cavità addomino-toracica si comporta come una “struttura gonfiabile” simile ad un air bag, diminuendo così in maniera considerevole la pressione assiale a livello dei dischi:
– sul disco T12-L1 (dorso-lombare) diminuisce del 50%
– su quello lombo-sacrale del 30%.
Inoltre la tensione dei muscoli spinali diminuisce del 55%.
Questo meccanismo automatico di iperpressione, molto utile per diminuire gli sforzi sul rachide, può agire solo per tempi molto brevi. Questo perché esso presuppone un’apnea assoluta e comporta modificazioni circolatorie importanti: innalzamento della pressione arteriosa e del liquido cefalorachidiano, che circonda il midollo spinale, aumento dei battiti cardiaci ecc.. Una tale situazione, é ovvio, non può prolungarsi a lungo: i grandi sforzi non possono essere che brevi e intensi.
Però con gli opportuni allenamenti, che nel Taiji sono gli esercizi di Nei Gong per sviluppare la forza interna, é possibile sviluppare al massimo la capacità di gestire coscientemente questa manovra istintiva, che non solo ci permette di dirigere e aumentare la nostra energia interna, ma sul piano prettamente fisico, si traduce in un raddoppiamento o triplicamento la forza fisica.
In questa pratica millenaria è data molta importanza alle fasce del tessuto connettivo, ai tendini, alle ossa, al midollo e agli organi interni, mentre lo sviluppo muscolare passa in secondo piano e l’utilizzo della forza fisica costituisce impedimento per lo sviluppo della forza interna. Le fasce sono, come abbiamo già visto, i tessuti più diffusi del nostro corpo e sono il mezzo attraverso il quale il qi è distribuito percorrendo i canali energetici. Il qi è guidato tramite il respiro e la visualizzazione nella cavità addominale, o dantian, una volta riempitala comincerà a penetrare in profondità nelle fasce, da quelle più interne verso le esterne, creando dei cuscinetti di protezione ad assorbimento differenziato, tra uno strato e l’altro.
Abbiamo detto prima che la grande respirazione o respirazione fasciale sviluppa il senso di collegamento tra le varie parti del corpo, adesso é più facile capire come questo avvenga: quando le fasce sono colme di qi avvolgono la struttura del nostro corpo facendola diventare un unico e armonioso blocco, che si muove all’unisono, in una perfetta alternanza di espansione e di contrazione.
Innumerevoli sono i vantaggi della Grande Respirazione, non solo su piano fisico ma in special modo sul piano energetico:
a) elasticità della colonna vertebrale
b) espansione della cassa toracica
c) benefico massaggio degli organi interni
d) sblocco di tensioni muscolari nelle varie parti della struttura
e) armonia e coordinazione strutturale
f) stimolazione della circolazione del qi nei canali.
Triplice
L’addome è la sede del “centro vitale” dell’uomo, ora abbiamo visto che é anche il centro della coordinazione muscolare chiamata grande respirazione. A questo punto conviene guardare più da vicino questa zona per cercare di capire cosa é dunque l’addome. Dal punto di vista muscolare lo possiamo paragonare ad una palla con le pareti cedevoli e resistenti. Esso in alto é delimitato dal diaframma, il quale divide il corpo in due, all’altezza delle costole basse. In basso é delimitato dal diaframma pelvico. Queste due calotte sono collegate dai muscoli del busto che ne garantiscono la stabilità e l’agilità. Al centro di questa magica palla muscolare si trova il centro di gravità del corpo, centro che possiamo definire virtuale, in quanto non segnato materialmente, ma individuato da una convergenza di forze.
Constatiamo quindi che nel corpo umano vi è una Triplice Convergenza:
il centro fisico di gravità,
il centro di forza,
il centro vitale.
  

Suonare il corpo

Dal punto di vista prettamente fisico, come in un’orchestra ogni strumento è accordato e suonato insieme agli altri per ottenere un’unica e meravigliosa melodia, così nel nostro corpo, ogni singolo muscolo, ogni singola articolazione sono accordati e sincronizzati con tutti gli altri in una meravigliosa sinfonia di cadenze armonizzate.   

Forza di gravità – Forza centrifuga


La forza di gravità, che ci vincola alla terra e che tiene insieme i pianeti e le stelle, non è presa quasi mai in considerazione come fattore del nostro benessere fisico e dei nostro muoverci nel mondo. Eppure essa é sempre presente e il muoverci sulla terra nasce dalla combinazione della forza di gravità con altre forze opposte. Il modo in cui ci muoviamo, in armonia o in opposizione con essa, determina la nostra struttura: sarà leggera, elastica, flessibile se lavoriamo con la gravità, sarà dura e rigida se lavoriamo in contrapposizione. Da questo gioco dinamico di forze nasce il rapporto tra elevazione e stabilità, tra lo slancio verso il cielo e il radicamento alla terra.
Il gioco dinamico di queste forze é la base del Movimento Creativo, é la chiave dell’armonia.
Il nostro corpo é costruito intorno ad un asse verticale e ogni segmento é articolato intorno a uno snodo, questo determina che la maggior parte dei movimenti si sviluppano secondo traiettorie circolari ed a spirale. Questa constatazione ci porta a dovere instaurare un rapporto cosciente con la forza centrifuga e con le sue possibilità ed i suoi effetti: sul piano fisico, sul piano mentale, sul piano spirituale.
Esaminiamo alcune caratteristiche dell’armonia creativa del movimento:

Il movimento armonico é la risultante di un’alternanza ritmica di tensione e rilassamento, questa alternanza nasce, oltre che dalla giusta ripartizione gerarchica della forza tra il centro e la periferia del corpo, dalla ripartizione funzionale tra parte strutturale anteriore e posteriore e tra parte inferiore e superiore.

Ottimizzazione dello sforzo

L’ottimizzazione dello sforzo in un movimento armonico significa esprimere la massima efficacia col minimo sforzo. Essa é strettamente legata a una corretta respirazione.
Coordinazione e Integrazione funzionale
Coordinazione neuromuscolare di tutte le parti del corpo nel compiere qualsiasi movimento.
Braccia e gambe che agiscono guidati dal centro, da cui partono gli impulsi motori.

Agilità e scioltezza
 

Un corpo in equilibrio tonico e strutturale percepisce i suoi sforzi come applicazione globale della forza senza attriti e dispersioni. Quando ogni sua parte ha ritrovato il ruolo che le é proprio, in uno schema di coordinazione globale, allora il corpo esprime scioltezza e agilità. Si sente nascere il movimento dal didentro e lo spazio non solo é elemento portante del movimento ma diventa sempre più percettibile.

Stadio uomo

L’alchimia interiore: Il corpo consapevole – Qi Gong 

Il Qi e il corpo energetico
Il qi gong comprende oggi una grande varietà di scuole e stili diversi, ciascuna con caratteristiche e
tecniche proprie, anche in funzione dell’indirizzo che ognuno di esse ha
terapeutico,
marziale,
alchimia interna (nei dan)
QI = energia, aria, soffio, respiro – GONG = lavoro, esercizio d’abilità, allenamento.
Potremmo quindi tradurre con allenare e lavorare con l’energia. E’ eseguito adottando certe posizioni del corpo, regolando il respiro e concentrando la mente.
Si può sostanzialmente dividere in Jing gong (pratica passiva), in cui il corpo assume una posizione statica, e Dong gong (pratica attiva) in cui il corpo é in movimento.
Con il qigong noi trasformiamo l’energia vitale grezza (jing) del corpo in qi per nutrirlo. Questa trasformazione è chiamata l’arte di nutrire la vita, e si basa essenzialmente sui principi del San Bao, i tre tesori o le tre gemme: tre forze o energie universali che operano nell’uomo, e sono indispensabili alla sua esistenza.
Jing: Forza essenziale
Qi: Energia o soffio vitale
Shen: Spirito

Jing può essere considerata come la forza essenziale, é assimilata all’energia sessuale e riproduttiva.
Qi abbraccia una varietà straordinaria di significati, può essere intesa come fiato ordinario o respirazione,
principio vitale, energia o soffio originario.
Shen significa essenzialmente spirito con tutte le sue funzioni coscienti e i livelli fondamentali d’attività,
si manifesta primariamente come yi, volontà, intenzione ecc. .
La conservazione e il nutrimento di queste tre gemme ha come obbiettivo la longevità .
Le tecniche utilizzate sono tantissime ma tutte si basano su tre presupposti indispensabili:
il controllo del corpo,
tiaoshen, per mezzo di adeguate posizioni,
il controllo del respiro,
tiaoxi, per mezzo di esercizi di respirazione,
il controllo della mente,
tiaoxin, per mezzo della meditazione, della concentrazione e del distacco.   

Qigong terapeutico

La pratica del qi gong come strumento di prevenzione per tutte quelle patologie di carattere psicosomatico o da stress é fatta d’esercizi abbastanza semplici. In questi esercizi non si deve impiegare la forza in quanto, come già detto, si basano essenzialmente sulla creazione preliminare del rilassamento fisico e mentale. Se si usa la forza, si crea tensione e il corpo perde la sua flessibilità spontanea, spesso fino al punto di ostacolare la circolazione. Bisogna mirare a sviluppare forza dalla non-forza = (senza sforzo), questo tipo di forza rilassata é in genere senza forma (xing) ed é tipica dello spirito (shen). Naturalmente il rilassamento richiesto dalla pratica non deve essere scambiato per mollezza, non bisogna far diventare il corpo flaccido senza struttura. La sensazione giusta é quella della leggerezza, é come un fluttuare nell’aria con la struttura scheletrica in così perfetto allineamento da rimanere in posizione senza nessuno sforzo, con i muscoli appesi alle ossa come vestiti sull’attaccapanni.  

  Qigong marziale

Qui le cose si complicano un pò, perché certe dimostrazioni di potenza e di resistenza del corpo, fatte da maestri e praticanti di arti marziali, per la mentalità occidentale, fanno a pugni con la logica e con la fisica. Queste dimostrazioni sono eseguite non solo da persone adulte ma anche da bambini, il che significa che non si basano solo sulla forza e la durezza delle ossa, ma sull’uso del proprio potenziale energetico. Nel taiji quan e nel qigong marziale al qi si attribuisce un contenuto più ricco e concreto del semplice scorrere nei canali energetici del corpo. Infatti é implicita l’idea che un qualche cosa esca effettivamente dal corpo, dalle mani o dagli occhi, per descrivere e definire le traiettorie che si seguiranno nell’esecuzione del gesto. Si abolisce dunque la separazione assoluta tra ciò che é interno e ciò che é esterno.
Lo scorrimento del qi opera un ampliamento dell’influenza della volontà oltre il concetto convenzionale dei muscoli mossi dalla volontà. Senza questo il taiji quan sarebbe solo una bellissima danza e il qigong una forma di ginnastica dolce.   

Nei Dan
Nei Dan vuol dire Alchimia Interna, è la parte più sofisticata del lavoro. Coinvolge il praticante in maniera totale a livello fisico, mentale e spirituale. E’ un profondo lavoro psicofisiologico di trasformazione che si svolge in tre tappe successive:
1° tappa
(Lian jing hua qi – trasformare l’essenza in soffio) nel dantian inferiore l’essenza vitale Jing, si sublima e si trasforma in energia vitale o qi (soffio) ed è spinto nel campo mediano.
2° tappa
(Qi hua shen – trasformare il soffio in spirito) il soffio vitale nel campo mediano è sublimato e trasformato in energia spirituale o Shen che è spinto nel campo superiore.
3° tappa
(Lian shen hua xu – trasformare lo spirito in vuoto), lo Shen, a sua volta sublimato e trasformato nel campo superiore, ritorna a Xu, la suprema vacuità.
Ovviamente queste trasformazioni delle energie sottili, sono accompagnate ad ogni tappa da un lavoro di trasformazione delle qualità fondamentali della mente e del corpo che coinvolge la vita emotiva, razionale e cognitiva.   

Stadio cielo
Evoluzione mentale e spirituale
  

I tre cervelli: Uomo Istintivo, Uomo Emozionale, Uomo Mentale
I due emisferi: Conoscenza razionale, Conoscenza intuitiva
I tre centri o poli vitali
L’Io relazionale
In occidente si é sempre pensato alle “vie di liberazione” orientali come delle religioni, dei sistemi filosofici, ma guardandole da vicino non si trova né religione né filosofia.
Vi troviamo quello che possiamo definire psicoterapia per lo spirito, ovvero, modelli di relazione per provocare quei cambiamenti di coscienza che sono la base di una retta visione e di una retta conoscenza.
La retta conoscenza porta alla comprensione che l’Io non é altro che una convenzione sociale, come convenzione sono i meridiani ed i paralleli, per cui non bisogna pensare all’Io come qualcosa di reale e indipendente da tutto il contesto che ci circonda.
Il conflitto, l’angoscia, nascono proprio da questo falso problema, dalla visione di sé stessi come un io separato in competizione con il mondo per paura di perdere la propria individualità, per paura di una depersonalizzazione che potrebbe portare ad una regressione, ad una consapevolezza di tipo infantile.
Non si tratta di distruggere il proprio io o di perdersi in un indistinto misticismo, ma di capire che l’io é un artificio, una convezione, come lo sono i meridiani ed i paralleli.
Questa semplice presa di coscienza, ci porta, senza conflitto, al superamento del falso concetto dell’io.
Ci consente di concepire il rapporto con il mondo non come contrapposizione ma come un campo polarizzato in cui la lotta degli opposti é diventata il gioco degli opposti.
Quindi se proprio non possiamo fare a meno del concetto dell’io cerchiamo di ridefinirlo come un io di relazione, che possiede non una realtà sostanziale ma una realtà di tipo relazionale. Esiste in quanto si pone in rapporto dinamico con la realtà e con l’universo.
Sinteticamente l’uomo moderno, ha la tendenza a dividere il mondo percepito in eventi e cose distinte ed a sentire sé stesso come un’unità separata. Al contrario tutte le cose tutti gli eventi percepiti dai sensi sono collegati tra di loro e sono interdipendenti.
Paradossalmente questa visione dell’universo come campo di funzioni collegate é molto vicina alle ultime teorie della scienza occidentale. In questa nuova concezione, chiamata del bootstrap, l’universo é visto come una rete dinamica d’eventi interconnessi, dove nessuna delle proprietà di una qualsiasi parte di questa rete é fondamentale. Ognuna di esse deriva dalle proprietà delle altre parti, e la coerenza complessiva delle loro connessioni reciproche determina la struttura dell’intera rete.
I tre cervelli
Negli anni sessanta il neuroscienziato americano Paul Mac Lean ha dimostrato che il cervello umano é formato da tre diversi cervelli sviluppatisi in ere successive. Egli dice che questi tre cervelli sono frutto di un’evoluzione a strati e che il primo di questi cervelli chiamato cervello rettile lo ereditiamo dai rettili, il secondo che copre il primo é il cervello mammifero che ereditiamo appunto dai mammiferi, infine il terzo, che é il più evoluto si sviluppa con le scimmie e con l’essere umano.
Il cervello rettile é costituito dalla parte più alta del midollo spinale e le aree più basse del cervello, compreso il midollo allungato. E’ simile ad una centralina elettronica programmata per gestire tutti quei processi primari e istintivi legati alla sopravvivenza: il respiro e il battito cardiaco, il sonno e la veglia, l’istinto della lotta o della fuga, l’aggressività e la competizione, il sesso ed i processi metabolici.
E’ relato all’addome, sede degli organi riproduttivi, della digestione, degli istinti e dell’energia vitale.
Esso é il centro di coscienza essenziale e primario.
Il cervello mammifero che copre il primo, presiede agli affetti, alla gioia, al riso, alla tenerezza, alla collera, alla paura, all’ansia, al senso di collaborazione e d’appartenenza al gruppo. Controlla il sistema circolatorio e immunitario ed é relato alla zona toracica, sede del cuore, degli affetti e delle emozioni.
E’ quello che in medicina è chiamato sistema limbico.
Il cervello mentale, o neocorteccia, è diviso in due emisferi: il destro, intuitivo, femminile, yin; il sinistro razionale, maschile, yang. E’ la sede del pensiero astratto che ci guida nella vita di tutti i giorni e quello che ci permette di farci un’opinione del mondo, di capire i meccanismi che presiedono i vari tipi di processo. E’ qui che le varie facoltà sono integrate e sincronizzate con sorprendente precisione e velocità.
E’ relato alla testa.
Vediamo ora, le interrelazioni di questo cervello uno e trino, ed in particolare come il cervello mentale interpreta il mondo e la realtà.   

I tre cervelli e il linguaggio di comunicazione
Questi tre cervelli sono nell’uomo civilizzato in uno stato alterato di comunicazione e non sono armonicamente allineati con la conseguenza di uno stato conflittuale continuo tra
razionalità,
emozioni,
istinti.

Il segreto é imparare il linguaggio adatto di comunicazione, così da potere gestire e sfruttare al meglio queste tre componenti. Senza emozioni, il cervello sarebbe solo un freddo calcolatore, senza emozioni non sarebbe possibile nessuna forma d’arte, né di comunicazione e apprendimento. Il primo passo da compiere é ristabilire una corretta comunicazione e allineare armonicamente queste tre componenti del cervello, che possiamo metaforicamente chiamare:
uomo mentale
uomo emozionale
uomo istintivo

La scienza moderna si sta avvicinando sempre di più alla visione dell’uomo dell’antiche scienze dello spirito. In questa visione l’universo é visto come una rete dinamica d’eventi interconnessi, dove non si concepisce l’idea di parte staccata dall’insieme.
Il nostro cervello, riflesso del macrocosmo, é una cosa sola, dove ogni parte contiene in se in maniera globale, le informazioni di tutto il corpo e delle sue interazioni con l’ambiente.
Scientificamente la sua struttura é stata definita simile a quella di un ologramma. L’ologramma é una riproduzione fotografica tridimensionale di un oggetto, ottenuta con l’impiego del laser, in cui ogni parte é l’esatta rappresentazione dell’intero e contiene tutte le informazioni per la ricostruzione dell’intera immagine.
Il nostro cervello é nello stesso tempo, parte del mondo e specchio del mondo, che vuol dire che noi, non solo facciamo parte dell’universo, ma siamo l’universo.   

Immagine del mondo e i due emisferi Conoscenza razionale
Conoscenza intuitiva

La mente dell’uomo é capace di due tipi di conoscenza, che determinano due tipi di coscienza, che potremmo definire, schematizzando un po’ il discorso, razionale e intuitiva. Tradizionalmente non c’é mai stata distinzione tra questi due stati di coscienza, come non c’era distinzione tra lo scienziato e il sacerdote. Solo negli ultimi tre o quattro secoli si é avuta questa divisione, che di per sé poteva anche non essere negativa, solo che alla divisione é seguita la contrapposizione.
La famosa frase di Cartesio Cogito ergo sum ha provocato una scissione nell’unità psicofisica dell’uomo occidentale, che lo ha portato a identificarsi quasi esclusivamente con la sua mente invece che con l’intero organismo.
La conseguenza di questo, é che l’uomo occidentale moderno é consapevole di sé stesso come un io separato all’interno del proprio corpo.
Questa visione, se opportunamente interpretata e fatta diventare vissuto interiore, può avere una grande validità per la vita ordinaria per tutti coloro che intendono migliorare il rapporto con sé stessi e con gli altri.
Quindi vediamo come possiamo trasformarla in pratica e quali tecniche usare per il cambiamento, ed evitare il pericolo di ridurre tutto ad una conoscenza astratta e teorica.
Affrontiamo quindi i presupposti del rapporto della nostra mente con la realtà ordinaria.
La percezione della realtà si esprime in termini di “immagine del mondo” cioè di una rappresentazione virtuale che a livello soggettivo comporta una visione dualistica della stessa. Si può parlare di una realtà esterna ed oggettiva e di un’altra, interna e soggettiva, che é il risultato delle nostre opinioni sul mondo. Ogni essere umano deve operare una sintesi, da questa scaturiscono valutazioni, giudizi più o meno validi, convinzioni. A queste due visioni corrispondono due linguaggi diversi:
– Un linguaggio logico-razionale
– Un linguaggio simbolico-analogico

E’ noto da diversi decenni che questi linguaggi sono espressione delle due diverse metà del cervello:
l’emisfero sinistro
che governa il mondo della razionalità e permette di interpretare la realtà in termini razionali.
L’emisfero destro
che governa la dimensione intuitiva-fantastica e la dimensione delle idee che possono sembrare illogiche e assurde.
Spesso questi due emisferi sono in conflitto e si comportano come se non facessero parte dello stesso essere. Imparare questo linguaggio diventa sempre più pressante per l’uomo d’oggi se vuole uscire da questa gabbia senza sbarre.
Ma il fatto più paradossale é che tutti sanno usare egregiamente questo linguaggio, ma lo usano in negativo per ammalarsi sia a livello fisico che mentale. A questo punto é doveroso pensare che non si tratta di imparare una lingua sconosciuta di difficile apprendimento quanto di volgere al positivo quello che già sappiamo fare. Si tratta quindi di operare un cambio di prospettiva che permetta di utilizzare questo linguaggio, fortemente simbolico ed evocativo, per migliorare il rapporto con sé stessi e con gli altri.
Ritornando alla nostra schematizzazione i due linguaggi esprimono due forme di comprensione della realtà:
Unalogico-metodica, analitica che potremmo paragonare a una tartaruga che vede l’albero ma non il bosco.
L’altra globale olistica che coglie la totalità non percependo i particolari, come un’aquila che dall’alto vede il bosco ma non gli alberi.
La capacità di integrare queste due dimensioni, l’analitica e l’intuitiva, può essere coltivata e allenata così da armonizzare questi due mondi opposti, ma complementari.
La razionalità, come conoscenza mediata, é la modalità prettamente umana dell’intelligenza, l’intuizione intellettuale può essere, invece, definita sopra-umana perchè discende direttamente dall’intelligenza universale, che risiede nel cuore, centro dell’essere, punto di contatto con il divino.
L’analisi etimologica della parola intuizione, infatti, conferma ciò, essa deriva dal greco e significa essere in Dio (é composta dalla particella en, che significa in, e dal sostantivo theòs, che significa Dio), in senso lato vuol dire divenire coscienti del processo creativo divino.
Questo percepire, intuire direttamente è spesso chiamato sia dai maestri orientali sia da quelli occidentali la conoscenza del cuore. Tale conoscenza é in sé di difficile comunicazione, bisogna, almeno in parte averla realizzata, per sapere che cosa é realmente e per poterne parlare.
I tre centri o poli vitali
Abbiamo visto le relazioni, da un punto di vista scientifico, dei tre cervelli con l’addome, il torace e la testa; vediamole ora da un punto di vista tradizionale.
La testa con il sistema nervoso centrale costituisce il polo di coscienza del corpo umano, mentre il ventre é il polo di forza vitale.
Tra questi due poli si trovano la gabbia toracica e i polmoni, sede della respirazione in stretto rapporto con il cuore e la circolazione sanguigna.
Questi tre poli sono governati da tre tipi d’energia, che la medicina tradizionale cinese chiama San Bao (i tre tesori). Il primo tesoro si chiama Jing o essenza vitale, il secondo Qi o energia interna, il terzo Shen o energia mentale e spirituale. A questi tre poli sono simbolicamente relati tre tipologie di essere umano:
L’uomo della testa che ha una coscienza di tipo dialettico e astratta.
L’uomo toracico emozionale e passionale.
L’uomo del basso ventre, il più armonico dei tre, in quanto centrato in quello che é il centro fisico e spirituale dell’essere.
L’uomo del polo vitale é connesso direttamente con la corrente di vita e il suo essere ed agire nel mondo é di tipo immediato ed intuitivo, e ha l’emisfero cerebrale destro intuitivo in relazione diretta con il centro vitale. I cinesi chiamano questo polo dantian, i giapponesi hara. Hara vuol dire letteralmente vuoto, a cui é connessa l’idea d’immobilità interiore, di calma inalterabile.
La forza del centro addominale é la forza dello Spirito della Materia, é l’ambito delle forze basali del corpo, é la profondità della Terra dove la tenebra può essere trasmutata in luce, se si muove dalla forza del centro della testa che é la forza del Sé Spirituale, cioè dell’ Io libero dall’incantesimo di una Materia priva di Spirito.
Lo Spirito si é materializzato nella Carne. Il Cristo si é fatto Uomo. (segue 1b)Il metodo risponde a quattro qualità fondamentali che si aprono l’una all’altra costruendosi interattivamente:
– Sequenzialità evolutiva
– Multidimensionalità
– Polifasicità
– Metamorfosicità
    



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